Intorno al fuoco

 

fuoco

E’ un momento difficile per i ragazzi di uno dei gruppi che
seguo. Girano più bugie del solito, sono stanchi e probabilmente spaventati dai loro stessi comportamenti. Abbiamo parlato tanto di cosa è successo e di cosa sta succedendo, abbiamo parlato…troppo.

Ecco sì…forse abbiamo parlato troppo. Così ho pensato che forse il loro comportamento potesse dipendere anche dalla delusione, da una stanchezza che conoscono bene, che è quella che ci assale quando abbiamo l’impressione che niente cambi…

Ci ho pensato, in tutti i miei trasferimenti in auto, le mattine in metropolitana, mentre cucinavo e mentre rientravo a casa la sera… e alla fine ho capito:  si è spento il fuoco.

Nei miei ragazzi si è spento il fuoco dell’entusiasmo, quello della passione, quello dei sentimenti. Davanti alle difficoltà che la vita ci porta incontro,  spesso ci sentiamo spazzati via, ed il fuoco si spegne. E’ difficile continuare a crederci quando le cose vanno al contrario di come vorremmo…

Questa mattina abbiamo portato le sedie nel prato, ci siamo seduti in cerchio all’aperto, accanto al vecchio mulino dove l’acqua scorre vigorosa, ed abbiamo acceso un fuoco.

Abbiamo fatto il nostro solito gruppo terapeutico attorno al fuoco.  Non so ancora quali saranno i risultati. Per ora la cosa più percepibile dall’esterno è che tutti e sei puzziamo…odore di fuliggine, di bruciato, di focolare…di cose antiche.

Forse il fuoco, il fumo, la cenere, ci hanno  risvegliato antichi echi, forse abbiamo risvegliato gli archetipi assopiti nel profondo… non lo so, ma una cosa è sicura: oggi siamo stati bene e ognuno di loro è riuscito a raccontare qualcosa di più del solito, non solo con le parole, ma con i gesti, con gli sguardi…. con il cuore.

 

Silvia Pagani

Workaholic

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Le dipendenze comportamentali sono ormai divenute argomento frequente. Chi si occupa di dipendenze deve ormai da anni fare i conti con questo nuovo capitolo. La sexual addiction, lo shopping compulsivo, la dipendenza da lavoro…ecc. Non è però soltanto un argomento significativo per gli operatori del settore, ma anche per la popolazione in generale. I comportamenti dipendenti sono sempre legati ad una distorsione di lettura.
Mi spiego meglio: la sessualità è una parte importante della nostra vita, ci porta in un momento di fusione con l’altro ed è l’unica possibilità che abbiamo di vivere una condizione di totale immersione nell’anima dell’altro senza parlare di psicosi. È una parte della nostra vita nutriente e che completa la vita adulta. Da qualche decennio però la sessualità è stata svuotata del suo significato. Troviamo immagini a sfondo sessuale ovunque ed il messaggio che arriva è relativo ad una sessualità vuota, fine a sè stessa, slegata da qualunque significato di unione, condivisione, progetto. Ed ecco che parallelamente si fa avanti la dipendenza sessuale. Stessa cosa succede con lo shopping. Per incentivare gli acquisti sono stati creati falsi bisogni,mode, centri commerciali che diventano i nuovi luoghi di aggregazione. Comprare si svuota del suo significato. Non è più spendere per avere qualcosa che ci serve o che ci dà piacere, ma perchè è un gesto automatico, tanto che spesso dopo l’acquisto l’oggetto perde di fascino e non ci interessa più. Ed ecco farsi largo la dipendenza da shopping.
Cosa possiamo pensare quindi della workaholic, o dipendenza da lavoro? Sempre pìù spesso si presentano in studio e in ambulatorio persone che lamentano tossicodipendenza e/ o alcolismo, ma che non si accorgono che la dipendenza primaria è quella da lavoro.Anche in questo caso il lavoro ha preso una forma molto distante da quello che dovrebbe essere. Non c’è niente di meglio che poter fare per lavoro ciò che ci piace, ma comunque sempre di lavoro si tratta. Produciamo delle cose…idee, oggetti, progetti che miglioreranno le condizioni di vita di qualcuno. Quando però fare un lavoro diventa l’unico modo per sentirci vivi, esistenti e presenti nella testa degli altri allora di nuovo siamo nell’ambito di una distorsione. Chi dovrebbe preoccuparsi di ciò? Chiaramente chi ne soffre perchè non ha più spazio fisico o mentale per altro, ma anche i compagni, i figli, gli amici che si troveranno a dividere il tempo, poco, con un corpo senza anima ( l’anima anche nel tempo libero sarà al lavoro!).
Ma la cosa alla quale spesso non pensiamo è al danno che questo rappresenta per le aziende e comunque per il mondo del lavoro. Apparentemente una persona affetta da workaholic sembrerebbe il lavoratore ideale, sempre sul pezzo! In realtà, come in tutte le dipendenze, l’attaccamento all’oggetto della dipendenza, in questo caso il lavoro, non è un attaccamento d’amore ma l’unica possibilità di costruzione dell’identità, identità sovrapposta purtroppo al ruolo lavorativo. Una persona dipendente dal lavoro non ama il suo lavoro, ne è prigioniero. La resa progressivamente diminuisce, il caos regna sovrano. Clienti e colleghi faticano a collaborare perchè sono travolti dall’onda di agiti del dipendente. Diversi studi hanno dimostrato come i risultati professionali di queste persone abbiano un apparente picco di aumento in una breve fase iniziale, e di come precipitino successivamente in modo irreversibile.
Non credo sia sufficiente occuparsi di workaholic nei nostri studi, anche perchè spesso non c’è la consapevolezza del disturbo; credo sia necessario, e urgente, entrare nelle aziende, nelle ditte, negli uffici e fare proposte di prevenzione per migliorare la qualità della vita dei lavoratori, ma anche per anticipare e prevenire alle aziende danni importanti che già iniziamo a vedere all’orizzonte.
Silvia Pagani

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Prossimo appuntamento!

IL CAMBIAMENTO

MORTE E RINASCITA

Cambiamento

Ciclo di incontri centrato sulle strategie di supporto per trasformare i momenti di crisi o di cambiamento, in momenti di rinascita.

PRENOTAZIONI ENTRO IL 12 MARZO.

Quando?

18, 25 marzo

8, 15, 29 aprile

A che ora?

dalle 19.30 alle 21.00

Dove?

Altro che storie, via Dei Benedettini 10, Milano. MM rossa Bande Nere, Primaticcio

Contatti

Silvia Pagani – Tel. 335 68 13 590; e-mail: silvia-pagani@virgilio.it

Loredana Seminati -338 32 16 573; e-mail: loredana.seminati@tiscali.it

Costo

30 € cad a incontro, comprensivi di materiale.

PRENOTAZIONI ENTRO IL 12 MARZO.

Il cambiamento

La crisalide e la farfalla

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Menopausa e climaterio,
Morte e rinascita.

Incontro gratuito di riflessione su una grande opportunità nella vita di ogni donna e di chi le sta accanto.

Mercoledì 18 dicembre ore 18.00
Scriptorium Cafè      sala incontri
via sant’Agnese 12, Milano

Numero chiuso, prenotazioni entro lunedì 16 dicembre
335 6813590
amal.teia@hotmail.com

Inoltre

Mentesport organizza incontri sul tema
Crescere con lo sport

Prossimo incontro gratuito
“Il ruolo del genitore nella pratica sportiva del figlio”
Giovedì 5 dicembre

Per maggiori info
http://mentesport.files.wordpress.com

Una scarpa e una ciabatta..

Avete mai fatto caso a quante scarpe spaiate si trovano per strada?
Io si.
È una cosa che mi ha sempre colpito..
A terra si trova e vede di tutto ormai ma una scarpa.. Una scarpa sta lì, ma è chiaro che non c’entri nulla in quel luogo. È spaesata, sballottata, in balia degli eventi, impossibilitata a svolgere la sua funzione.. quel che meglio gli riesce.
É li, immobile, disabitata, sembra quasi raggomitolata a cercar di occupare meno spazio possibile, di dare meno nell’occhio per evitare gli scossoni, le rotate, le intemperie.. Anzi, forse inizialmente cercava di farsi notare, di farsi sollevare e tornare ad esser completa con il suo paio, o un altro, a fare il suo.. Magari ci ha provato a Cercare aiuto.
Non a chiederlo, cercarlo.
Perché Come fa una scarpa a chiedere aiuto?
Come dicevo mi colpiscono sempre molto..
Come finisce abbandonata in strada una scarpa? Un passante frettoloso che nel raggiungere il luogo di lavoro perde una scarpa e procede, di corsa, senza accorgersene? Un innamorato che per arrivare dalla sua bella saltella e track.. scarpa sciolta, testa tra le nuvole, perde la scarpa destra e continua a saltellare sulla sinistra? Una mamma che mentre corre tra la scuola e il lavoro prende una buca e avendo in mente contemporaneamente il business plan e la lista della spesa, annota la perdita ma procede risoluta con l’intento di occuparsene dopo, appena avrà cinque minuti.. O un mendicante a cui hanno regalato una scarpa troppo stretta ed una troppo larga e…
Insomma che storia ha quella scarpa?
Ok, adesso è inservibile, fuori luogo, scolorita e sporca, ma chi era? Cosa l’ha portata li, sulla nostra strada, cosa vuole dirci e cosa possiamo darle.. No, evidentemente non sto più pensando alla scarpa.. Ma forse a tutte quelle persone che si incontrano e che non si capiscono, quelle che ci sembrano sempre fuori luogo, scolorite..(chissà che storia hanno e con quali ricchezze e ferite sono giunti fino a noi).
Forse a noi quando ci sentiamo inutili, invisibili, sballottati dagli eventi.. Quando ci sfugge che c’è un modo per rifare il paio.. Che non tutto è già detto e scritto..

Magari se guardiamo meglio vediamo una mano tesa a raccoglierla quella scarpa!
E forse quando non basta cercare aiuto bisogna avere il coraggio di chiederlo l’aiuto..

Già, ma quante volte ci imbattiamo in una scarpa per strada, e quante ci sentiamo come quella scarpa?

la vertigine non è paura di cadere ma voglia di volare..

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A 13 anni Larry Walters vide per la prima volta dei palloni meteorologici che pendevano dal soffitto di un negozio.
Era il 1962 e fu allora che seppe che un giorno sarebbe stato portato in alto da quei palloni.
Per 20 anni Larry, diventato un camionista, continua a pensare a quei palloni, ha un sogno…
Ed ecco che il 2 luglio 1982, Larry lega 42 palloni ad elio ad una sedia a sdraio Sears nel cortile di casa della sua ragazza a San Pedro, in California e si mette a sedere!
Ha con sé della carne di manzo essiccata, un paracadute ed altri oggetti, tra cui una bussola e un fucile ad aria compressa.
Il suo piano prevedeva di sollevarsi seduto sulla sedia da giardino alla quota di circa 9 metri da terra, per rimanervi a fluttuare per diverse ore attraverso il deserto. Al momento di scendere, Walters avrebbe fatto scoppiare alcuni palloni, così da scendere dolcemente al suolo.
Ma le cose non andarono secondo i piani di Larry.
Non appena tagliò la prima corda, anche la seconda cedette e Lerry fu sparato nel cielo a più di 1.000 piedi al minuto. Raggiunse in un attimo i 4600 metri di quota.
Fu così veloce la sua ascesa che perse gli occhiali.
Per diverse ore Larry fu alla deriva guidato da correnti di aria fredda che lo portarono in zona di rotte trafficate nei pressi del Los Angeles International Airport ad attraversare lo spazio aereo.
Un pilota in volo comunicò via radio alla torre di controllo che stava passando un ragazzo in una sedia a sdraio!
Sul momento della discesa più voci si dividono; ciò che è certo è che Lerry perse il fucile che serviva a far esplodere i palloni, ma che in un modo o nell’altro il “velivolo” iniziò lentamente a perdere quota, spostandosi verso terra e finendo per colpire con i cavi dei palloni alcune linee elettriche, che causarono un black out di 20 minuti al quartiere di Long Beach.
E così in balia degli eventi fino all’atterraggio.
Larry toccò terrà illeso.
Lo aspettava la polizia dipartimentale di Long Beach, che lo arrestò immediatamente.
Interrogato da un giornalista, Walters rispose che aveva fatto tutto quanto perché
“un uomo non può stare con le mani in mano”.

Ok, come esempio è decisamente estremo e Larry se la deve esser vista proprio brutta (checché ne abbia detto poi..) ma cosa distingue una pazzia da un sogno? Cosa ci spinge a voler realizzare a tutti i costi un idea fino ad arrivare con una sedia da giardino a 4600 metri d’altezza?
Cosa distingue un piano ben studiato, programmato, ponderato dall’illusione di un agire sull’impulso, anche se lungo 20 anni, che prende in considerazione il fattibile ma non le reali conseguenze?

I sogni spesso rimangono tali, si dissolvono, si dimenticano, si impolverano.
Altre volte invece si trasformano, si modellano, evolvono in progetti, in percorsi… Ed è a questo punto che un uomo non può stare con le mani in mano! Ma perseguire, studiare, rincorrere…

Ciò non toglie che a tutte le età, in qualsiasi forma e colore, sognare sia vitale, necessario, arricchente..e non costa nulla!

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Le quattro prove…le quattro paure dei primi diciotto anni.

Una vita serena prevede, tra le tante cose, anche il superamento di quattro angosce che sperimentiamo tutti nei primi diciotto anni di vita.

Come nelle fiabe dobbiamo quindi superare delle prove per poterci sentire pienamente nella nostra essenza e nella nostra esistenza.

La prima paura che dovremmo superare riguarda i primi 4/5 anni. E’ la paura legata al corpo. In questo periodo della vita dobbiamo imparare a stare dentro di noi, nei nostri confini, sentendoci a nostro agio e al sicuro. Dobbiamo sperimentare un buon rapporto col corpo ed abitarlo nel migliore dei modi.

Per superare questa paura abbiamo bisogno di sperimentare il tatto, di essere accarezzati e coccolati. Abbiamo bisogno di buoni stimoli e di toccare gli elementi del mondo…rotolarsi, camminare a piedi nudi… Ma anche di sentire il limite che ci mettono gli adulti intorno a noi..che ci tutela e protegge.

Quando non superiamo la paura di avere un corpo inadeguato ci trasciniamo la sensazione di non piacere e non ci piacciamo e fatichiamo a ‘guidare’, come se il corpo non rispondesse ai nostri comandi.

Ma come sempre si può intervenire anche in ritardo!!! E allora ripercorriamo le tappe saltate. Via ai massaggi, ai vestiti che ci avvolgono in modo piacevole, alle coccole o, perchè no, a delle belle passeggiate a piedi nudi sull’erba o, come fanno gli orsi, a delle gustose grattate di schiena contro gli alberi…

…buon divertimento!

Silvia

settimana prossima la paura: esisto/non esisto

Gruppi Tematici

In alcune fasi della nostra vita ci troviamo a vivere complessi passaggi, compiti temuti e stati d’animo che gestiamo a fatica. Da soli  non riusciamo ad attingere completamente alle nostre risorse, e , a volte, le nostre risorse non sono sufficienti per affrontare questi passaggi.

La risposta a queste difficoltà potrebbe essere la partecipazione a una serie di incontri finalizzati alla rielaborazione psicologica di alcune tematiche specifiche, utilizzando tre tipi di risorse: quelle personali (fondamentali e risolutive), la consulenza di due specialisti e il confronto con “compagni di viaggio” che condividono la stessa tipologia di difficoltà.

L’emergenza non è l’unica motivazione che spinge le persone a partecipare ai nostri gruppi; la ricerca interiore, la curiosità per ciò che si intuisce ma ancora non si capisce, il desiderio di ‘fare meglio’, la voglia di condivisione sono solo alcuni degli altri motivi per cui si arriva a partecipare a gruppi di questo tipo.

Le tematiche che attualmente vengono approfondite nei gruppi tematici sono le seguenti: il rapporto con la propria emotività, le dinamiche familiari, la gestione dell’ansia, le paure, gli attacchi di panico, la genitorialità, la dipendenza da alcool, la dipendenza da sostanze, le dipendenze comportamentali ( sesso, shopping, gioco, …), la sessualità, i disturbi alimentari.

Le diverse tematiche vengono approfondite in cicli di 8 incontri a cadenza settimanale e vengono condotti da due professionisti. I gruppi  vanno da un minimo di 8 a un massimo di 12 partecipanti

Il bisogno di benessere..

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Anche quando non sai della sua esistenza e non sai dargli un nome il senso della vita ti obbliga a fare i conti con lui.

Il senso della vita..già, ma cos’è? È l’equilibrio, il centro, il benessere. E questo benessere è dentro di noi, non viene influenzato da agenti esterni o contesti, non ne ha più chi ha soldi o chi è “fortunato”; è benessere del corpo e della mente, è saper attendere, è saper gestire la frustrazione, è il sentirsi comodi nei propri panni, il sentirsi desiderati, l’essere in armonia con il mondo.

Facile èh?! Soprattutto in questo periodo storico il senso della vita viene messo a dura prova, e quando non ce la fa a trovare soddisfazione il senso della vita urla, sbraita, cerca in tutti i modi di attirare la nostra attenzione.. O quella dei qualcuno vicino a noi! Nel migliore dei casi si trova il modo per ascoltarlo, per appagarlo, anche solo per chetarlo un pò.

Ma qualche volta non si trovano altri strumenti per metterlo a tacere che non delle sostanze fuori da noi.

E allora, talvolta, si cerca nelle droghe, nell’alcol, nel gioco, nel sesso o in una carta di credito ormai screditata, una via d’uscita, la salvezza, qualcosa che anestetizzi un malessere a cui non si trova giustificazione e per cui non si ha giustificazione.. In fondo “non ti abbiamo mai fatto mancar nulla”.

È un tentativo sgangherato di automedicarsi quando non si ha a disposizione altro per farlo e quando le persone accanto a te non riescono a vedere, sentire, comprendere..

Nella maggior parte dei casi i ragazzi che arrivano da noi sono stati tenuti a galla dalle droghe, hanno cercato di sopravvivere, con l’unico modo che gli è andato incontro, contro un male che non si ha spesso le parole per descrivere.
Quando però intravedi un mondo diverso, una alternativa allora sei fregato. Non puoi più far finta, non puoi più ignorare quello che i tuoi sensi gridano, non può più bastarti non sentire.. O cercare di farlo.
E allora ti metti in moto, cerchi, ti affidi, fatichi, ti laceri. Ma a qualcosa arrivi.
Oppure aumenti le dosi.

Ma non c’è bisogno di arrivare agli estremi, ognuno di noi ha a che fare con il suo senso della vita. Avete capito di cosa parlo, no?
Di quelle mattine in cui ti alzi dal letto solo perché qualcun altro ha deciso che devi farlo, di quei giorni in cui sei chiuso in un ufficio, in un negozio, in una macchina e vorresti solo salutare tutti cordialmente, prendere le tue cose, trovare un prato con un po di sole e sdraiartici. O.. Continuate voi con gli esempi…

Si può allora lavorare con esercizi semplici, anche manuali, fisici, “giocando” con gli elementi naturali, recuperando alcuni gesti del passato per allenare il senso della vita, ricercare il benessere, il proprio benessere e a dargli la giusta importanza.
Forti della convinzione che, come Silvia ci ha ricordato:
Ciò che facciamo sul corpo si riflette sulla mente, ciò che facciamo sulla mente si riflette sul corpo.

Ma ognuno di noi Sa, o dovrebbe sapere, cosa urla il suo benessere.
Quali sono i segnali che avete imparato a riconoscere?
Cosa si può fare con questo senso così ingombrante?
Quali sono le strategie che mettete in atto per appagarlo?
Ma soprattutto, siete riusciti a dargli un nome?