Acqua, aria, terra, fuoco…

COSA NE PENSATE?encanthica

Eccoci pronti a ripartire dopo l’interruzione estiva e per ripartire in un momento così faticoso abbiamo bisogno di molte energie e di un po’ di coraggio. Mai come quest’anno sento dire ” quest’anno non riesco a rientrare…” e allora ci ho pensato…e ripensato a lungo…cosa ci manca?

In realtà apparentemente ci mancano un sacco di cose ma forse la cosa più importante che facciamo fatica a conservare è la passione. La passione è il nostro fuoco, è ciò che ci permette di scaldare il cuore e l’ambiente intorno a noi. I più fortunati sanno cosa gli piacerebbe ma poi vengono risucchiati nei ritmi invernali ( che solo per l’uomo tra tutti gli esseri viventi corrisponde ad un aumento di produzione e non al ‘letargo’). Sono diverse le cose che possiamo fare per mantenere acceso il fuoco, una di queste è risvegliare il nostro rapporto con gli elementi naturali…e allora ho sbaraccato tutto e aperto uno studio nel bosco!

…esiste ancora lo studio in città, ma ogni sabato mattina i miei incontri li faccio in un bosco a 20 min da milano, dove a volte si chiacchiera ma a volte si raccoglie, costruisce, crea….

Cosa ne pensate?         … la vostra opinione è fondamentale! a presto, Silvia

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La Famiglia, ovvero la Ricerca della Misura fra il Vincolo e l’Appartenenza

Oggi Silvia in radio ha parlato della famiglia come vincolo, ma anche come fattore fondamentale di felicità.

In questi giorni la situazione della salute di uno dei personaggi più straordinari dei nostri tempi, Nelson Mandela, è molto critica; i canali informativi ci dicono che la sua famiglia deciderà se accettare la visita di Obama e che il Consiglio dei Saggi del suo villaggio d’origine esprimerà un’opinione abbastanza vincolante circa il decorso delle sue cure.

Anni fa, alla nascita del mio secondo figlio, la compagna di stanza di mia moglie era originaria del Bangladesh; come molti di voi sapranno all’arrivo in ospedale bisogna fornire tutte le generalità, compreso il nome del nascituro. In quell’occasione mi ritrovai a mediare fra il personale ospedaliero e la famiglia asiatica poiché per loro era decisamente impossibile “pre-decidere” il nome del bambino in arrivo. Il neo papà aveva il compito, appena dopo il parto, di chiamare presso il villaggio di origine e comunicare alcuni dati salienti (peso, ora di nascita, …); il Consiglio avrebbe allora deciso quale sarebbe stato il nome del nuovo nato.

Non credo sia facile delineare con chiarezza quale sia il confine fra un’appartenenza che vincola e un’appartenenza che supporta, così come buone radici danno slancio per un albero che voglia toccare il cielo coi suoi rami. Nel mio lavoro, sia in Comunità che in studio, sperimento situazioni di tutti i tipi, ma credo di poter dire che le due condizioni estreme sono le più nocive: la simbiosi che impedisce l’individuazione, e l’abbandono che procura solitudine e senso di inadeguatezza.

La Famiglia, intesa con un significato un po’ allargato, si può anche scegliere, sia in termini di legami che costruiamo, che in termini di modalità dei legami stessi; proviamo a pensare alla fiaba del Brutto Anatroccolo, dove tutto il tema evolutivo si incastra con quello della ricerca del ‘proprio posto’ e del proprio gruppo. Il riuscire a uscire da un gruppo in cui sentiamo di non stare bene è fondamentale per trovare una nuova collocazione, ma spesso passa da una fase di smarrimento e timore, come già approfondito nei precedenti post sugli Esami e sulla partenza di Gilgamesh.

Gli Esami, ovvero il Valore dei Riti di Passaggio

Giugno è un mese di confine, di inizio e di fine, di passaggio ….

Comincia l’estate e finisce la scuola, non per tutti però, perché alcuni devono affrontare alcune prove che non scorderanno mai: gli esami.

Ho scoperto, solo in questi giorni, che non esiste più da vari anni l’esame di quinta elementare; non so bene quali siano state le motivazioni che hanno portato a questa decisione ma io non concordo. Gli esami sono infatti fra i pochissimi riti di passaggio rimasti nella nostra società, scandiscono una transizione, mettono alla prova e marcano una evoluzione, lasciando un segno indelebile nella nostra memoria e nella nostra auto percezione. Affrontiamo la paura, ci prepara riamo, ci confrontiamo con i nostri compagni d’avventura e sperimentiamo la nostra capacità ‘di farcela’. Più, come sistema, togliamo ostacoli e prove che propongano riconosciuti e convalidati riti ed esami, meno aiutiamo chi cresce a sentirsi pronto ad affrontare (e superare i propri compiti evolutivi).

Arnold Van Gennep è un antropologo che ha studiato i riti di passaggio in svariate culture, elaborando un modello più o meno universale suddiviso in tre fasi:fase della separazione, fase liminale (o del margine), fase della riaggregazione. Come nei riti praticati dalle società arcaiche questa scansione concilia il bisogno di strutturare il tempo e lo spazio, e al tempo stesso valorizzare la dimensione sociale e quella individuale. Nella prima fase avviene la necessaria separazione, fisica e psicologica, dalla precedente condizione, se ne prende distanza, a volte in maniera più costruttiva, altre volte, soprattutto quando questo passaggio è più sofferto, in forme più traumatiche. A questa succede la fase liminale, necessaria sospensione connotata da indefinitezza e smarrimento, propedeutica al processo trasformativo: l’individuo (o il gruppo) diviene ambiguo, non definito e potenzialmente molteplice; è necessario trovare nuovi punti di riferimento, valori, un nuovo ruolo all’interno dell’esperienza in corso. Emergono emozioni e sensazioni sconosciute, tratti propri in precedenza negati o poco perlustrati; in questa fase liminale tutto viene rimesso in gioco, tutto è da costruire, al fine di giungere a una nuova aggregazione. Sperimentando, durante la fase liminale, un nuovo ruolo, modalità relazionali e comunicative sconosciute, potenzialità mai sfruttate si ha l’opportunità di maturare una nuova definizione di sé, maggiormente apprezzata e all’altezza di affrontare le sfide poste dall’esistenza quotidiana. La terza fase comporta l’approdo a una nuova situazione definita.

Credo che, come società, ci spaventi molto la fase liminale, attesa evolutiva negata e rimossa; come ogni rimosso però questa condizione necessaria trova la propria strada (più distruttiva e meno integrata) di emergere: basti pensare alle forme di precariato e incertezza che attualmente riguardano i giovani. Non si tratta più di una fase di rielaborazione ed evoluzione inserita in un processo, collettivo e individuale, che prevede un prima e un poi, ma una condizione che rischia di non essere temporanea e processuale ma strutturale. Senza prospettiva rendiamo l’indefinitezza dominante; senza riti di passaggio diviene impossibile il processo identitario.

Il recupero, almeno a livello familiare e di gruppo di appartenenza, di riti e cerimonie che prevedano un passaggio evolutivo riconosciuto è un fattore fondamentale per sostenere la crescita dei nuovi membri che entrano a fare parte delle nostre relazioni.

Enrico Panigada

L’Amicizia al Maschile, ovvero l’Approdo al Sé – Parte III

L’avvio del viaggio per Gilgamesh è tremendo: fuori da Uruk, vi sono ora solo fame, freddo e solitudine. Non è più la sete di conoscenza e sicurezza a muovere il sovrano, bensì l’inquietudine e il timore. Gilgamesh rimasto solo e ‘incompleto’ inizia un pellegrinaggio che si interroga sulla tematica della morte. Nessuno può oltrepassare i limiti della vita, e si sa dall’etimologia che limite è in corrispondenza biunivoca con necessità. La necessità (ananke) non è una divinità vera e propria, quanto piuttosto il riconoscimento di una forza cosmica superiore alle cose, superiore allo stesso destino di uomini e dei (fato = Namtar in Mesopotamia, la Moira in Grecia, poi personificata in tre entità: Atropo che fila, Cloto che avvolge e Lachesi che recide il filo della vita umana).

Tuttavia Gilgamesh non accetta questa situazione; vuole riuscire ad andare oltre. La mancanza e il dolore dovuti alla scomparsa dell’amico e del suo completamento fanno si che l’eroe ricerchi il superamento dei confini umani, ritenendosi entità quasi divina (elemento giustificato dalle sue origini).

Per poter lenire la sofferenza dovuta al fatto che è di nuovo ‘monco’ l’eroe desidera divenire eterno, come se, solo sconfiggendo ciò che determina la sua umanità in maniera imprescindibile, potesse dare un senso di rivalsa al suo non essere stato in grado di preservare la vita di Enkidu, e al tempo stesso la sopravvivenza di una nuova parte di sé. Vi è ancora, nel sovrano di Uruk, una fatica a interiorizzare ciò che prima gli era sconosciuto, considerandolo perso con la perdita dell’amico: questo sarà il processo fondamentale per raggiungere l’obiettivo dell’eternità. Non ha salvato Enkidu e quindi vuole salvare tutta l’umanità, per sempre. In questo percorso incontra l’antenato Utnapishtim, letteralmente “colui che vide la vita” perché dopo essere sopravvissuto al diluvio viene reso immortale dagli dei [(Enlil) ci benedisse: “Prima Utnapishtim era uomo, ora Utnapishtim e sua moglie siano simili a noi dei.” (tav XI, vv. 191-196)].

In questo incontro l’antenato immortale gli svela l’assenza di un segreto di lunga vita, facendogli però dono della conoscenza di una pianta simile al biancospino, situata in fondo al mare, che restituisce vigore al fisico e giovinezza; il sovrano si getta nelle profondità degli abissi recuperando la pianta per portarla nella sua città. Gilgamesh, tornando a Uruk, si fa soffiare la pianta da un serpente (che la mangia e torna giovane), terminando il suo viaggio con il pianto e l’accettazione del destino mortale suo e dell’umanità intera.

Le svariate sfaccettature assunte dal dinamismo di Gilgamesh sono evidenziate anche dalle differenti scansioni del tempo. Prima smisurato e mitico (vedi la rapidità con cui Gilgamesh ed Enkidu procedono verso la Foresta dei Cedri), poi umanizzato e reso con enorme precisione (vedi le “doppie ore” che scandiscono il faticoso cammino attraverso l’oscurità per giungere alla luce di Shamash, tav IX). Nella prima parte del poema Gilgamesh vive quindi in una dimensione irreale e centrata sulla propria individualità sul soddisfacimento dei suoi desideri.  Per contrasto, la seconda parte del poema ci presenta un Gilgamesh in una dimensione reale e soprattutto sociale. Rivelatore è il discorso di Gilgamesh al battelliere Urshanabi durante il viaggio di ritorno a Uruk, dopo l’incontro con l’antenato e il ritrovamento della pianta della giovinezza. Un discorso fatto di inedite buone intenzioni verso i sudditi:

«Urshanabi, questa è la pianta dell’irrequietezza;
grazie ad essa l’uomo ottiene la vita.
Voglio portarla ad Uruk e voglio darla da mangiare
agli anziani e sperimentare la pianta.
Il suo nome sarà “l’uomo anziano ringiovanirà”» (tav. XI)

Il viaggio dell’eroe culmina con la conquista (o la consapevolezza) della dignità del sovrano. Il re sumerico non deve mai prescindere dai propri doveri, da cui dipende l’esistenza stessa della comunità. Il percorso individuativo ha portato all’incontro con il diverso, con la propria Ombra, alla sua integrazione che produce un potenziale così notevole da spaventare gli dei. La dis-integrazione di questa unione provoca scoramento e inquietudine, propedeutica al ritorno al ruolo assunto all’inizio del poema in una modalità che appare più “giusta e consapevole”, meno centrata su un egocentrismo fine a se stesso e prevaricante: l’eroe mitico appare divenuto un eroe culturale.

Esiste poi un’ultima tavola (la XII), apparentemente scollegata dal resto della vicenda, in cui si narra di un nuovo incontro tra Gilgamesh ed Enkidu, in cui il primo vorrebbe riportare in vita l’amico … e forse è l’incontro anche con l’amico Enkidu rimasto dentro di sé, come a sottolineare che, una volta interiorizzate e metabolizzate, alcune relazioni e caratteristiche non possiamo più perderle, anzi si rinnovano continuamente …

Buona Ricerca

Enrico Panigada

L’Amicizia al Maschile, ovvero il Distacco come Avvio della Ricerca – Parte II

Dove eravamo rimasti ….

Alla condanna degli dei, timorosi del livello, quasi divino, raggiunto dalla relazione fra Enkidu e Gilgamesh. E come presentano il loro messaggio gli dei? Anche in questa opera, come nell’Odissea, nell’Eneide e nella Bibbia, i sogni hanno un carattere prospettico e rivelatore, mostrando a Enkidu il Consiglio degli dei che decreta la sua fine. I sogni, dunque, come elemento che va oltre il livello puramente personale e ‘casuale’, ma assume carattere divino, indiscutibile e assoluto: il sogno interroga e determina, propone chiavi di lettura alternative e indica strade, a volte, risolutive.

Gilgamesh è assetato d’azione e di avventure ma a metà del poema, insieme al fido compagno, perde la sua spavalderia. Uruk non è più un ovile accogliente (appellativo frequente della città sumerica nelle tavole incise dal suo Re) perché non ha saputo proteggere l’amico Enkidu dal “destino dell’umanità”. L’eroe deve abbandonare la città di cui è sovrano perseguitato da profonde inquietudini: a Uruk tutto era agio e sicurezza; l’incontro con Enkidu provoca un moto energetico che spinge alla conoscenza e alla scoperta: Uruk non basta più.

Qualcuno rimane a Uruk tutta la vita, per paura o per ‘sazietà’, non ci è dato di saperlo fino in fondo; chi incontra la propria parte selvatica e vitale difficilmente resta a Uruk per sempre. Magari ci torna, ma da Uruk, presto o tardi, deve partire.

La partenza di Gilgamesh, come tutti i distacchi, va vista come una separazione dell’individuo dalla sua matrice sociale (alcuni autori parlano della “morte sociale del vagabondo solitario”); il re vive una scissione di una componente individuale da una sociale, la quale definiva in maniera sostanziale l’identità del soggetto. Lo stesso processo avviene per l’individuo che inizia un percorso analitico: la situazione in cui si trova (o la modalità in cui la si vive) non va, non fornisce sufficiente benessere, ma ciò non sempre basta a lasciarla, e comunque, anche se si riesce a provare a farlo, ciò difficilmente avviene senza timori e smarrimento. Non sempre bisogna cambiare la situazione in cui ci si trova (questo, a volte, potrebbe essere sia inutile che sbagliato); sempre, invece, è fondamentale cambiare l’atteggiamento interiore con cui si affronta la situazione presente e/o quella che verrà. L’intensità della fatica relativa al distacco e alla partenza sono influenzati dalla forza dei legami che vengono interrotti, e nella capacità di interiorizzarli da parte di chi va e di chi resta; al tempo stesso si potrebbe dire che i legami sono ‘vincoli’ che abbiamo non con persone e/o responsabilità, bensì con inclinazioni e caratteristiche interne che definiscono e bloccano. Gilgamesh compiange innanzi tutto sé stesso, la perdita dell’immagine di sé potente e dominatore e la possibile immagine di sé come solo, senza dimora e vagabondo insicuro; ma tutto ciò non basta a placare il desiderio (o forse meglio sarebbe dire il bisogno) di mettersi in ricerca, pur lamentandosi con il suo dio che gli ha acceso dentro quella irrequietezza che lo spinge a partire. Gilgamesh deve riuscire a superare anche il dolore legato alle lacrime dei sudditi e della madre; hanno paura di perderlo, di non vederlo tornare più, o almeno di non vedere tornare il re, forte e potente, che conoscono.

Le resistenze e le fatiche che emergono in un sistema nel momento in cui uno degli attori si mette in discussione e prova a cambiare qualcosa sono variabili fondamentali che influiscono in maniera massiccia su ciascun cammino individuale; questo aspetto non va ignorato, né si può pensare di eliminarlo. Al contrario va considerato, valorizzato e per quanto possibile reso alleato della trasformazione in atto.

Le lacrime di Gilgamesh e della madre spingono il dio a fornirgli soldati armati, il favore dei venti e mappe; in parte questo è anche il compito di ciascuno di noi all’interno di una relazione amicale e/o sentimentale: dobbiamo riuscire a distinguere il momento in cui essere guida, il momento in cui lasciarci guidare e quando divenire ciascuno guida di se stesso. La sofferenza per la partenza è la prima componente trasformativa, vista come un riuscire a mettere in discussione legami, rapporti, pseudo sicurezze, oggetti che definiscono e costringono. La perdita dell’integrazione con l’ambiente a causa della partenza va elaborata durante lo sviluppo del cammino, anche grazie al potere insito nella mobilità e al suo costante mutamento di percezioni, di riferimenti e di posizioni.

Il Viaggio dell’Incontro e della Ricerca di Sé di Gilgamesh sta per partire … siamo pronti ad andare con lui ?

Enrico Panigada

La corona dell’autostima

Libro delle fiabe Possiamo essere persone meravigliose, possiamo essere belli o colti e intelligenti, o tutte queste cose insieme, ma quello che vedranno gli altri, quello che sentiranno, sarà l’immagine che noi abbiamo di noi stessi. E allora diventa chiaro come non basti un intervento chirurgico, due lauree o un bellissimo abito a farci sentire unici e importanti. La stima che noi abbiamo di noi stessi è il fondamento per le nostre relazioni. Una buona immagine di noi la costruiamo a partire dai rimandi positivi dei nostri genitori e delle persone che si occuperanno di noi nella vita e successivamente dai rimandi delle persone che amiamo e stimiamo.Se siamo consapevoli di avere buone cose da offrire, e tutti ne abbiamo, allora ci poniamo con sicurezza, che non è ostentazione, ma quella luce che trasmette una sensazione di solidità e di piacere. Ma non è come dirlo, e allora ci viene in aiuto un giochino che faccio fare a chi si rivolge a me. Racconto la storia di un regno, guidato da un re e faccio notare come ogni re, per essere tale abbia bisogno di abbia una corona e di un trono su cui sedere…perché? Per tenere in testa una corona dobbiamo necessariamente assumere una postura eretta, altrimenti la corona cade! La testa deve essere ben piantata sul collo, lo sguardo di conseguenza segue una perpendicolare che incrocia una linea ideale che ci attraversa longitudinalmente, come un filo dorato che ci tiene appesi dalla cima del capo. Le spalle si aprono per darci maggior equilibrio e la zona del cuore si mostra in tutta la sua pienezza, in un gesto che ha le caratteristiche del coraggio. Del resto un buon re deve essere coraggioso. Anche il trono ha la funzione di condizionare la postura. Il trono non è il divano dove comodamente sprofondiamo, ma ha uno schienale dritto, spesso piuttosto rigido, che ancora ci invita ad una postura regale. Questa posizione fa si che l’Io sia ben inserito in noi, ci permette di essere vigili, consapevoli e attenti. Con la corona in testa siamo centrati e coraggiosi. Provate a pensare quando squilla il telefono e siamo sdraiati a letto: se si tratta di nostra madre o di moglie o marito, restiamo rilassati, sdraiati e conversiamo, ma se dall’altra parte del telefono qualcuno ci annuncia che deve parlarci . seriamente o che deve comunicarci qualcosa di importante, in un attimo d’istinto ci alziamo nella posizione eretta! In questo modo diventiamo immediatamente più presenti a noi stessi, siamo più sicuri. E allora ai miei ragazzi chiedo, quando hanno bisogno di sentirsi sicuri o di farsi ascoltare per essere presi sul serio,di immaginare di indossare la loro corona. Immediatamente il mondo assume un’aria differente, il nostro sguardo cambia e tutte le persone presenti inevitabilmente assumono un atteggiamento diverso…perché ogni volta che noi cambiamo qualcosa, con un gesto o con un pensiero, tutte le molecole, e non solo, intorno a noi si muovono di conseguenza e così influiamo su ciò che ci circonda… E allora provate. Basta un attimo…vi fermate e pensate di indossare la vostra corona…e fatemi sapere cosa succede!        Silvia Pagani

La rabbia in un’intervista per Più Sani Più Belli…

…e la donna nella foto mi somiglia in un modo inquietante!!!

leggi l’intervista   http://www.piusanipiubelli.it/tieni-a-bada-tua-rabbia.htm

p.s.

Io non sono psicologa come dice la didascalia sotto la foto.La mia formazione è in consulenza sessuologica e pedagogia curativa ad indirizzo antroposofico.