Acqua, aria, terra, fuoco…

COSA NE PENSATE?encanthica

Eccoci pronti a ripartire dopo l’interruzione estiva e per ripartire in un momento così faticoso abbiamo bisogno di molte energie e di un po’ di coraggio. Mai come quest’anno sento dire ” quest’anno non riesco a rientrare…” e allora ci ho pensato…e ripensato a lungo…cosa ci manca?

In realtà apparentemente ci mancano un sacco di cose ma forse la cosa più importante che facciamo fatica a conservare è la passione. La passione è il nostro fuoco, è ciò che ci permette di scaldare il cuore e l’ambiente intorno a noi. I più fortunati sanno cosa gli piacerebbe ma poi vengono risucchiati nei ritmi invernali ( che solo per l’uomo tra tutti gli esseri viventi corrisponde ad un aumento di produzione e non al ‘letargo’). Sono diverse le cose che possiamo fare per mantenere acceso il fuoco, una di queste è risvegliare il nostro rapporto con gli elementi naturali…e allora ho sbaraccato tutto e aperto uno studio nel bosco!

…esiste ancora lo studio in città, ma ogni sabato mattina i miei incontri li faccio in un bosco a 20 min da milano, dove a volte si chiacchiera ma a volte si raccoglie, costruisce, crea….

Cosa ne pensate?         … la vostra opinione è fondamentale! a presto, Silvia

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L’eroe dai due nomi – Terza parte

… finalmente giunto a Itaca ….

Nel ritorno Odisseo recupera, oltre al suo essere sposo e re, il suo essere Padre, e questa appare chiaramente nel confronto con l’orda dei Proci che attentano al suo regno e a lui; Ulisse in quanto Padre si oppone al rischio degenerativo in atto presso il suo palazzo. I Proci rimandano i doveri, così come rimandano la gara con l’arco per lasciarsi andare al gozzovigliare; Ulisse, la condizione adulta contrapposta al dominio del piacere, studia l’arma con cui dovrà affrontare, e vincere, la gara. In alcune varianti del mito si narra che Penelope avesse giaciuto con tutti i pretendenti generando Pan, ovvero il “Tutto”, il quale avendo tanti padri non ne aveva nessuno. Anche in questa versione si potrebbe attribuire al ritorno dell’eroe itinerante il valore dell’assegnazione di un padre a Pan.

Ulisse ha ideali fortemente terreni, desidera anche lui onori e trionfi, rifiuta l’immortalità offertagli da Calipso; la sua coerenza sta nel non rifuggire mai da questa dimensione, dal rimanergli saldamente attaccato, pena il rischio di perdersi nelle pieghe di questo lunghissimo viaggio. Odisseo è fedele prima di tutto a se stesso e al proprio mondo familiare.

Citando nuovamente Luigi Zoja, nel suo “Il Gesto di Ettore”, è interessante notare la descrizione del combattente omerico: “Ulisse non è eroico se non in particolari circostanze: per il resto è rigorosamente umano, quindi imperfetto, ambivalente, addirittura scorretto. […] Ulisse rimane affidabile e coraggioso nonostante i sotterfugi. La sua novità psicologica sta nell’essere complesso e contraddittorio: simile a noi. Con lui ci identifichiamo senza ripudiare le nostre miserie; ci affacciamo a panorami avventurosi che le riscattano. Prototipo dell’inganno che tutti pratichiamo si rivela l’unico modello onesto, riscattando se stesso e noi con questa onestà. A differenza dell’eroe tradizionale o del benefattore, a Ulisse come a noi uomini comuni non interessa tanto l’azione nobile in sé, quanto il vantaggio: la conoscenza nell’immediato e la vittoria nei tempi lunghi. Per queste cose è disponibile a pagare un prezzo. […] Ulisse lotta per trasformare l’eroe primordiale, che sente invecchiare dentro, nel nuovo uomo storico: e noi ci immedesimiamo davvero in lui perché è un compito che riguarda tutti. […] I veri nemici che Ulisse ha dovuto combattere non sono stati i mostri o i giganti, ma il vuoto di volontà e di ricordo: l’oblio. Il letto di Circe e di Calipso, il canto seducente e assassino delle Sirene, il troppo vino bevuto dai compagni nella terra dei Ciconi, i fiori di loto che fanno scordare il ritorno, i farmaci delle donne. […] Tutto è pericolo morbido, ben più mortale di dure armi nemiche o di un Ciclope roccioso.” (pag. 103 e seg.).

In quanto eroe terreno Ulisse tiene in notevole considerazione il corpo; non segue Achille, travolto dalla sete di vendetta, nella sua scellerata idea di attaccare i Troiani a stomaco vuoto (Iliade, Canto XX); con la sua pazienza e dialettica convince gli Achei di quanto sia fondamentale ascoltare il corpo e i suoi bisogni oltre che l’impulso.

Appare interessante sottolineare come l’elemento risolutivo per la definizione dell’Identità di questo eroe omerico, soprattutto per quanto riguarda la dimensione relazionale con l’amata Penelope, sia, dopo tanto movimento e tanta peregrinazione, un elemento assolutamente statico (quasi in una ottica taoista, dove lo Yin e lo Yang si completano e ‘stanno’ in perenne equilibrio), ovvero il tronco d’olivo inamovibile su cui lui stesso ha innestato il talamo nuziale. Penelope tende un tranello a Odisseo, proponendogli uno spostamento del letto matrimoniale; l’eroe risponde alla “amara parola” narrando la genesi del giaciglio intorno al tronco d’olivo posto in cortile, e la sua inamovibilità. Questa narrazione risulta risolutiva per il riconoscimento di Ulisse come compagno amato da parte della sposa; appare questo il momento in cui Odisseo è davvero tornato a casa.

Usando  la terminologia junghiana sembra quasi che per poter incontrare davvero la propria Anima sia necessario far leva sulla parte più fondante il proprio essere, su quel patto fondativo che è alla base di ogni unione realmente ricca e generativa, e che solo i protagonisti in gioco conoscono, così come solo Ulisse e Penelope, oltre all’ancella Attoride custode del talamo, conoscono la vera natura del loro letto nuziale. Ulisse accetta, con sofferenza, di essere messo alla prova, di dar testimonianza del proprio essere, e ciò avviene attraverso le parole e le azioni. L’incontro con l’Anima richiede fatica, trasformazione e messa in discussione; Ulisse accetta queste sfide e raggiunge l’obiettivo che è presente in tutta l’opera: il ricongiungimento con Penelope e il ritorno a casa ovvero l’integrazione con le sue parti più intime e il raggiungimento di una dimensione di totalità.

Quando, giunti a casa, siamo molto lontani dal provare ciò sorgano domande ….

Fine

L’eroe dai due nomi – Seconda parte

Per cercare di comprendere il più possibile la figura di Ulisse è necessaria mantenere alta l’attenzione rispetto al possibile rischio di avvertire le vicende omeriche come avventure giocose, perigliose e desiderate, trasfigurandone il reale valore che sarebbe poi quello di un travaglio faticoso e terrificante, svolto in un mondo poco conosciuto, dove l’eroe e i suoi compagni (i quali periscono tutti) sono dominati da forze superiori e si trovano in balia di una entità poco addomesticabile come il mare.

Ulisse mostra una grande devozione e compassione verso se stesso e le sue sofferenze, nonostante in certi passi appaia notevole l’insensibilità del guerriero; quando ascolta il cantastorie che racconta le sue vicende è travolto dalla auto commiserazione e si scioglie in un pianto “come donna che piange la morte del marito” (Canto VIII, verso 523). Solo prendendo una certa distanza dalle proprie vicende, solo sentendole narrate da qualcun altro, Odisseo riesce a entrare in un rapporto empatico con le stesse;  a volte è necessaria stabilire una ‘giusta distanza’ con gli eventi e le relazioni che ci riguardano al fine di comprenderli a pieno.

Ulisse riesce ad essere bambino e adulto, uomo e donna, un essere complesso e completo che giunge alla fine del suo viaggio e del suo sviluppo, nonostante siano frequenti i momenti in cui umanamente oscilla fra sostare in una delle piacevoli alternative di vita (pensiamo alla fatica di lasciare Calipso) e riprendere la propria strada originaria. A volte ha bisogno che siano i compagni di viaggio che lo ri-motivino al ritorno, invitandolo a non lasciar andare nell’oblio “la dolcezza della terra paterna” (Odissea, Canto X, v. 472); in questi casi l’eroe si mostra capace di affidarsi e di farsi convincere, nonostante l’alternativa gli prospetti un futuro apprezzabile o la curiosità adolescenziale lo spinga a scelte incaute, come quando entra nella grotta del Ciclope.

È proprio nell’incontro con il Ciclope che Odisseo mostra gli estremi della sua personalità: da una parte un notevole sangue freddo ed equilibrio mostrato nel contrattare con il mostro e nell’accettare di perdere la propria identità al fine di salvarsi, dall’altra viene contagiato dalla primitività del Ciclope e quando si ritrova in fuga sulla nave cede alle lusinghe dell’eroismo spettacolare, provocando il mostro e rivelandogli il suo nome. È come se il contatto con la propria dimensione animale, con la sopportazione estrema (visione della lacerazione dei corpi dei compagni), con la forza bruta non addomesticata scatenino in lui una hybris incontrollabile e pericolosissima, che pagherà a caro prezzo; Poseidone infatti, padre del Ciclope, gli renderà molto più complicato e pericoloso del dovuto il viaggio di ritorno. In questo episodio troviamo il guerriero perdere quella disciplina che lo ha salvato in svariati momenti delle sue avventure.

Ogni viaggio è connotato da un punto di partenza; tendenzialmente i viaggi, quando non divengono vagabondaggio, hanno anche un punto di arrivo. Nella vicenda di Ulisse coincidono; ci troviamo di fronte a un’esperienza che parte e termina a Itaca, assumendo i connotati più di un cerchio che di una linea (elemento geometrico a cui solitamente si associa uno spostamento; basti pensare all’utilizzo che ne fa l’imperante Google Earth, ove gli itinerari vengono scanditi attraverso linee rette). Anche Troia, come le molte altre, appare una tappa intermedia. Odisseo torna a se stesso, al suo essere re e sposo tanto più conscio e padrone della propria identità quanto più riesce (essendo anche forzato a farlo) a nasconderla ed annullarla. È come se il viaggio avesse permesso di effettuare una trasformazione dell’identità di Ulisse e della sue sede ancor più, spostandola dal ruolo sociale assunto all’interiorità dell’eroe omerico, il quel può assumere mille altre forme rimanendo, al fine, sé stesso. Questo riguarda anche la nostra vita: ci troviamo a vivere differenti ruoli, alcuni ‘interpretati’ in maniera più spontanea e più prossima alla nostra natura, altri più sconosciuti e, a volte, più forzati. Queste dimensioni della nostra vita devono essere separate e differenziate, ma non scisse; dobbiamo riuscire a mantenere salda la nostra dimensione identitaria, senza farci snaturare, ma riuscendo ad acquisire quella flessibilità che ci permette di vivere come possibilità e non come terribile compromesso ciascuna nuova, e diversa, esperienza. Se si acquisisce la distanza fra ciò che sentiamo di essere e ciò che sentiamo di vivere i segnali di malessere sono alle porte, e possono giungere attraverso sintomi fisici, psicologici, relazionali …   Ulisse è allo stesso tempo il mendicante e il re, passando tra i due stati senza una metamorfosi dell’identità personale, la quale è ormai un a priori rispetto alle situazioni da affrontare. Odisseo mantiene una rispettosa e precisa Memoria degli eventi accadutigli e la mostra attraverso la narrazione delle sue avventure preso la corte dei Feaci (cosa che ripeterà nell’intimità del re-incontro con l’amata Penelope). La Memoria, nel racconto di Ulisse dà significato e prospettiva; passato, presente e futuro si mescolano, annullando, per alcuni momenti, i confini fra loro. La Memoria è una dimensione fondamentale della nostra esistenza, a livello individuale e collettivo; tramite la Memoria riusciamo a costruire la nostra identità, a decodificare gli eventi, a dargli un significato e, spesso, a prevedere l’evoluzione futura. La Memoria viene spesso associata al Passato, ma credo che abbia altrettanto a che fare con il Presente e il Futuro. La Memoria si muove nel tempo, lo colora, evita che si appiattisca e banalizzi e lo puntella di senso.

In questo senso possiamo dire che Ulisse domini gli elementi temporali dilatandoli a piacimento, come quando narra ai Feaci dell’incontro avvenuto nell’Ade con Tiresia, il quale gli profetizza gli eventi futuri: nell’attimo presente descrive un incontro del passato che gli prefigura il futuro!

Fine Seconda Parte

L’eroe dai due nomi – Prima parte

Esiste un eroe, uno dei più antichi, che ritroviamo in piccole abitudini quotidiane, che appartiene a tutti noi, che coltiviamo dentro di noi; è l’archetipo della partenza e del ritorno. Ci possiede in coda in tangenziale dopo una giornata di lavoro, sull’aereo che ci porta a una meta agognata o su una splendida strada assolata dispersa fra le colline. E’ l’eroe che parte per tornare.

E’ giunto fino ai nostri tempi con un doppio nome, quasi a descriverne l’impossibile definizione assoluta e definitiva, quasi fossero due in uno, quasi non si potessero esaurire le variegate sfaccettature di questo personaggio in un individuo solo.

Mi sto riferendo a Ulisse, conosciuto anche come Odisseo.

Rinforzando queste posizioni Boitani, nel suo libro “L’ombra di Ulisse”, analizzando i vari significati assunti dalla sua figura nell’età classica, medievale, rinascimentale e moderna lo definisce l’eroe della metamorfosi e della simulazione.

Rimangono come costanti dei vari ruoli interpretati da Ulisse l’astuzia, la forza e il controllo sulle sue emozioni (basti pensare ai molti oltraggi subiti al ritorno ad Itaca, per esempio da Antinoo e Ctesippo, quando è ancora sotto le spoglie di mendicante; Ulisse non reagisce subito, ma punisce gli oltraggi in maniera severa e cruda nel momento adeguato al suo disegno, al suo scopo finale). Odisseo, rispetto alla maggior parte degli eroi tradizionali, nel rapporto dialettico fra pulsione e pensiero è sicuramente più sbilanciato verso il secondo: attende l’occasione propizia, riesce a pazientare al fine di raggiungere a pieno il suo scopo. Nonostante “il cuore gli abbaiasse dentro, come una cagna” (Canto XX, verso 13) non si lascia travolgere dal passaggio all’atto immediato, ma riesce a contenere la sua ira, facendo tesoro anche delle sopportazioni precedenti (quando il Ciclope mangiava i suoi compagni per esempio); si potrebbe definire una “auto pedagogia” che educa al dialogo interiore e alla mediazione fra emozioni e pensiero.

Luigi Zoja, nel suo “Il Gesto di Ettore”, parla del ritorno a Itaca e dei Proci che mirano al trono di Ulisse: “I Proci brulicanti, che si inerpicano fino al letto della regina e al trono, sono la massa superflua che subito riempie ogni vuoto di potere nella società. Ma nella psiche sono l’avversario interno, la disgregazione della responsabilità che in assenza di una volontà salda – il “legittimo re” della gerarchia interiore – distrugge quanto di civiltà è stato accumulato. Il palazzo di Ulisse è fragile e recente, va rigenerato seguitando a edificarlo. I Proci sono la mancanza di progetto che si insinua se questo rinnovamento non viene celebrato. Ciò che di loro Ulisse odia senza scampo non è l’arroganza, che non gli è estranea, ma l’agire alla giornata, senza scopo, l’atto superfluo.”

Badate bene non stiamo parlando dell’incarnazione della fredda razionalità, che non lascia scampo alle emozioni e agli impulsi. Odisseo, al contrario, vuole conoscere e perlustrare emozioni e pulsioni ma non vuole esserne devastato e dominato (ricordate quando è l’unico a voler ascoltare il canto delle Sirene ma si fa legare all’albero della nave per non buttarsi nel mare fra Scilla e Cariddi ?). Ulisse rischia di perdersi nei sentimenti più forti (la rabbia verso i nemici e verso Polifemo, l’amore e la passione verso Circe e Calipso), proprio perché li vive a pieno, ma riesce a non esserne dominato a pieno. Il desiderio del nostos, del ritorno, alla fine prevale sempre.

L’Odissea lo definisce dal suo primo verso polytropos, cioè “l’eroe dal lungo viaggio”, “colui che ha errato tanto”. E in effetti differenti e multiformi sono state le peripezie affrontate (e a volte potremmo azzardarci a definire scelte, intendendo così quella parte di declinabilità personale che possono avere gli eventi incontrati sul proprio cammino; significativa è la modalità che Ulisse sceglie per incontrare le Sirene, optando per essere l’unico ad ascoltare la loro voce; Canto XII, versi 165 – 200) durante il ritorno a Itaca. Odisseo incontra una serie di personaggi molto caratterizzati (il terrificante Ciclope, la candida Nausicaa, l’amata e divina Calipso, i profetici Circe e Tiresia, la protettiva Atena, tanto per citarne alcuni) ciascuno dei quali dona all’eroe esperienze, consigli ed emozioni che rendono completo (potremmo dire individuativo?) il suo viaggio. Inoltre Ulisse svolge due viaggi verso l’Ade; durante uno di questi incontra l’indovino Tiresia, il quale gli profetizza “un ultimo viaggio”; questa profezia rimane costantemente nella testa dell’eroe, il quale infatti sentirà il bisogno di ripeterla subito a Penelope. Dopo il ritorno ad Itaca dovrà camminare, portando sulle spalle un remo, fino a giungere a un paese ove gli abitanti non conoscono il sale e il mare. Riconoscerà questo luogo poiché lì incontrerà un altro viandante che scambierà il suo remo con una pala di legno per spargere sementi; in quel luogo dovrà effettuare sacrifici per placare definitivamente Poseidone (irato per l’uccisione del figlio Ciclope) e poter tornare davvero a casa. La morte arriverà ex halòs, “vinto da una serena vecchiezza”.

L’espressione ex halòs getta un’ombra di mistero sul futuro di Ulisse, avendo una valenza ambigua: significa sia “da fuori, lontano dal mare” che “da dentro il mare”. Sarà dunque capace Odisseo di fermarsi, di risiedere tranquillamente presso Itaca con l’amata Penelope? Riprenderà nuovamente il mare per effettuare un altro viaggio, che gli costerà la vita?

Fine prima parte.

La Famiglia, ovvero la Ricerca della Misura fra il Vincolo e l’Appartenenza

Oggi Silvia in radio ha parlato della famiglia come vincolo, ma anche come fattore fondamentale di felicità.

In questi giorni la situazione della salute di uno dei personaggi più straordinari dei nostri tempi, Nelson Mandela, è molto critica; i canali informativi ci dicono che la sua famiglia deciderà se accettare la visita di Obama e che il Consiglio dei Saggi del suo villaggio d’origine esprimerà un’opinione abbastanza vincolante circa il decorso delle sue cure.

Anni fa, alla nascita del mio secondo figlio, la compagna di stanza di mia moglie era originaria del Bangladesh; come molti di voi sapranno all’arrivo in ospedale bisogna fornire tutte le generalità, compreso il nome del nascituro. In quell’occasione mi ritrovai a mediare fra il personale ospedaliero e la famiglia asiatica poiché per loro era decisamente impossibile “pre-decidere” il nome del bambino in arrivo. Il neo papà aveva il compito, appena dopo il parto, di chiamare presso il villaggio di origine e comunicare alcuni dati salienti (peso, ora di nascita, …); il Consiglio avrebbe allora deciso quale sarebbe stato il nome del nuovo nato.

Non credo sia facile delineare con chiarezza quale sia il confine fra un’appartenenza che vincola e un’appartenenza che supporta, così come buone radici danno slancio per un albero che voglia toccare il cielo coi suoi rami. Nel mio lavoro, sia in Comunità che in studio, sperimento situazioni di tutti i tipi, ma credo di poter dire che le due condizioni estreme sono le più nocive: la simbiosi che impedisce l’individuazione, e l’abbandono che procura solitudine e senso di inadeguatezza.

La Famiglia, intesa con un significato un po’ allargato, si può anche scegliere, sia in termini di legami che costruiamo, che in termini di modalità dei legami stessi; proviamo a pensare alla fiaba del Brutto Anatroccolo, dove tutto il tema evolutivo si incastra con quello della ricerca del ‘proprio posto’ e del proprio gruppo. Il riuscire a uscire da un gruppo in cui sentiamo di non stare bene è fondamentale per trovare una nuova collocazione, ma spesso passa da una fase di smarrimento e timore, come già approfondito nei precedenti post sugli Esami e sulla partenza di Gilgamesh.

La passione che brucia, la passione che scalda

fuoco

Giacomo ha 28 anni, si presenta al centro accoglienza della comunità con cui collaboro con la richiesta di trattamento per la dipendenza da cocaina. E’ un bel ragazzo, solare, piacevole, molto attivo ma rovinato dalla sostanza. Raccolgo i dati ed arrivo all’area che ormai da anni indaghiamo..la sessualità

Questo è un tema importante per noi. Da più di dieci anni in comunità ci siamo resi conto che anche con un ottimo programma alle spalle concluso con buoni risultati, la ricaduta è dietro l’angolo se non è stato affrontato l’argomento relazione sentimentale-sessuale, ed i disturbi in quest’area sono una percentuale importante.

I dati raccolti tra i ragazzi ospiti in comunità in questi anni ce lo hanno confermato.

  • 75%  almeno un disturbo in area sessuale
  • 60%  eiaculazione precoce
  • 50%  eiaculazione ritardata o assente
  • 45%  deficit dell’erezione
  • 46%  anedonia
  • 25%  non riferisce disturbi in area sessuale

 

 

Il problema, o il disagio, nell’area della sessualità non viene spesso preso in considerazione dal paziente che dà per scontato si tratti di una caratteristica identitaria non modificabile o, nella migliore delle ipotesi, una conseguenza dell’uso di sostanze, altrettanto stabile.

Aprire un capitolo così ampio ed importante ci ha portati alla scoperta di un’infinità di piccoli/grandi problemi fortemente invalidanti e decisamente risolvibili.

 

La nostra proposta prevede, ormai da anni, in seguito alla fase diagnostica,un breve ciclo di incontri, solo se richiesti dal paziente, finalizzati alla risoluzione dei disturbi della sessualità.

 

In seguito al trattamento il  70%  dei pazienti riferisce un  netto miglioramento  ( in molti casi risolutivo ) delle proprie relazioni e prestazioni sessuali, ma soprattutto una crescita significativa dell’autostima

Torniamo a Giacomo:

Durante la raccolta dell’anamnesi emerge subito un problema di dipendenza sessuale che accolgo ma non approfondisco per dargli tempo di costruire una relazione, prima di ‘mostrarmi’ la sua parte sessuale…. Non vado oltre, contenendo la sua smania di dare dare dare,dare…  non tollera l’attesa e vuole darmi le parti più intime di sé subitolo fermo

 

Di dipendenza sessuale si parlava già da tempo ma Giacomo era il primo paziente che chiedeva un trattamento in comunità e dovevamo essere i grado di dargli una risposta.

 

Dopo quasi 30 anni di esperienza nel trattamento delle dipendenze abbiamo imparato come spesso la via più ovvia, quella sotto gli occhi di tutti, sia la più corretta.

Secoli fa gli uomini si passavano le informazioni e le indicazioni sulla via da seguire, attraverso la narrazione di quel mondo fantastico, delle fiabe, dei miti, che oggi abbiamo un po’ dimenticato ma che, incrediblmente, nonostante un ‘paio di cose’ siano cambiate negli ultimi millenni, è ancora attuale.

Quando ci troviamo davanti ad una persona che porta un disagio sappiamo che dobbiamo prima raggiungerla là dove si trova, per provare ad accompagnarla nella direzione dell’equilibrio: se mi trovo a lavorare con un depresso non posso proporgli attività particolarmente brillanti o festose…così lo uccido. Devo prima raggiungerlo nel suo buio, devo trascorrere con lui un po’ di tempo nel silenzio per poi, a piccolissimi passi, conquistata la sua fducia, incamminarci verso un po’ di luce. Se tratto con la dipendenza sessuale, devo raggiungere la persona nel fuoco…è solo da lì che posso provare ad accompagnarla a far sì che questo fuoco distruttivo diventi un fuoco vitale, che il fuoco della passione si unisca al  fuoco del sentimento.

Entrare nel fuoco significa entrare ‘nella pancia’, vuol dire parlare un linguaggio che non è del

pensiero  ma dell’anima…il linguaggio dei miti.

Subito mi viene in mente la storia di Prometheus:

Prometheus è un Titano, lo ricordiamo tutti proprio per il fuoco…Zeus chiese a P, di cui si fidava ciecamente, di forgiare l’uomo e di dargli vita. P si appassiona in questo compito e fa diventare l’uomo l’unico interesse della sua vita. P nel mito è continuamente in movimento, si dà costantemente senza mai preservarsi, dimenticando i bisogni propri e persino le conseguenze delle proprie azioni…e così inganna Zeus per favorire l’uomo. Nasconde le parti migliori di un bue sacrificato, sotto ossa e grasso e viceversa le parti peggiori, sotto uno strato di carne più invitante. Z sceglie la parte apparentemente migliore ma poi scopre l’inganno…P non ha saputo preservarsi. Ha usato l’inganno per dare e darsi nuovamente, dimenticando che ciò avrebbe avuto un costo.

Ma la parola ‘Prometheus’ significa colui che riflette, per cui Zeus sa che il destino finale del titano  sarà imparare a riflettere, cioè a portare l’impulso al pensiero… ma anche riflettere fuori da sé la potenza degli stimoli del mondo reale. Zeus quindi  punisce Prometheus togliendo il fuoco agli  uomini, ma il titano esagera nuovamente e, non comprendendo il gesto, ruba il fuoco e lo riporta agli uomini. A questo punto Zeus interviene su di lui : lo incatena ad una roccia e manda tutti i giorni un’aquila a divorargli il fegato, fegato che ricresce ogni notte…

In poche righe abbiamo la descrizione di un disturbo al quale noi ci affacciamo dopo secoli e secoli…ed abbiamo anche il suggerimento relativo a trattamento.

Prometheus perde il controllo. Non si limita a costruire / costruirsi uomo ma entra nel rapporto con questa parte e  poi non riesce ad uscirne…continua a dare e darsi senza più ascoltare i propri bisogni…la dipendenza sessuale segue esattamente questo schema. Darsi diventa la parte fondamentale del rapporto, darsi in modo fisico, non agli dei- spiritualità-anima, ma

all’uomo- fisico. Il primo tentativo di Zeus è togliere il fuoco…in questo caso fuoco di passione, che con le mille applicazioni sta distogliendo l’uomo dalla spiritualità… fornisce un’opportunità: meritarselo. L’uomo ha tentato con l’inganno di avere solo le cose migliori…vuole tutte la parti buone del bue, non c’è ombra di rinuncia, non c’è scambio. Chiede i favori dell’anima a Zeus ma non è più disposto a dare nulla in cambio. Ma Prometheus  non coglie l’opportunità e ruba il fuoco…e come il dipendente non riesce ad attendere, a rinunciare ad una parte di sé per unirsi nel fuoco,  lo insegue e basta.

Perchè incatenato e con l’aquila che divora il fegato? Zeus, terapeuta-genitore-adulto, lo ferma.lo costringe a non darsi e a restare in contatto con sé, con il legame ma anche in contatto con il dolore, quel dolore da cui fugge non concedendosi la reazione su un piano superiore.. Ma soprattutto lo costringe ad allenare la capacità di costruzione-ricostruzione del fegato. P deve ricostruire il proprio fegato ogni notte…il fegato, organo tramite tra intestino e cuore, tra sentimento e passione, organo del coraggio e della volontà ( ci vuole fegato) non a caso l’organo più bersagliato nel corpo dei dipendenti...

Dopo 6 mesi di percorso in comunità,  ci muoviamo come il mito ci suggerisce: Invito Giacomo a fermarsi…gli chiedo di dedicare uno spazio settimanale al tema sesso e successivamente gli chiederò di controllare l’impulso anche relativo alla masturbazione. Provo poi a raggiungerlo dove lui si trova…nel fuoco.

Allora fantastichiamo su un suo regno, popolato ed abitato da chi vuole lui, e parlando di draghi, re e streghe, mi fornisce una quantità impressionante di dati. Chi abita il suo regno? Chi c’è sulla soglia? Un leone…e chi se no? Un leone pronto  a divorare chiunque si avvicini al castello…e chi gestisce il leone?…Due sono le possibilità che intravede G: o incatena il leone ( ma questo significa che il giorno che le catene cedono il danno sarà ancora peggiore,) oppure lo gestisce la principessa.  Un passo per volta portiamo le immagini simboliche, le immagini dell’anima, al pensiero, e proviamo a trovare qualcuno, all’interno del suo regno, dentro di lui, capace di gestire il leone…come un banale domatore. Lavoriamo così, con incontri a cadenza settimanale, per tre mesi.

 

La prima fase: La catena e la montagna

In un primo momento Giacomo è ‘legato’, come Prometheus,  sia da un legame con le persone con cui vive, che con la comunità,  con relazioni solide che lo tengono, lo tutelano. Relazioni forti grazie alle quali gli si può chiedere di più… sia tenuto fermo in contatto con il dolore e la fatica che l’argomento gli procura. Inoltre la catena lo tiene anche lontano dall’agito, perché il percorso è ancora ad un punto per cui le occasioni di incontri con l’altro sesso sono improbabili e le uscite non previste.

Le relazioni con i potenziali oggetti d’amore sono interrotti…la catena  impedisce di tornare in contatto con l’uomo-fisico, il legame proposto dalla comunità è forte ,solido e fermo, non permette troppo movimento e soprattutto costringe a prendere e non a dare.

Inoltre lo spazio dedicato al disturbo porta il paziente’ in cima alla montagna’, cioè fuori dal segreto, lontano dalla vergogna.

 

La seconda fase: La ricostruzione del fegato.

Prometheus deve ricostruire il fegato, cioè Giacomo deve  imparare a riconoscere gli elementi ( il fegato filtra, metabolizza, permette scambio di bile e sangue tra cuore e intestino),  imparare a riconoscere le diverse emozioni e a canalizzarle verso il cuore o verso la pancia, a seconda che si tratti di bile o sangue.

Si allena nella ricostruzione montando e smontando relazioni con i compagni di percorso e con le prime relazioni esterne

Si appropria del suo fuoco ( nel sangue filtrato dal fegato ) conoscendolo, alimentandolo e smorzandolo, non rubandolo e senza inganno.

All’interno del suo regno, di sé, impara ad attingere alle parti adeguate per gestire l’impulso. Non sarà più la principessa a tenere il leone, ma un buon domatore o guardiano…o anche  il re.

 

L’ultima fase

Rientra in contatto con il fuoco e con la relazione sessuale con modalità rinnovate, più in contatto con sé ed i propri bisogni, più attento ai propri limiti ed al craving…

E come si conclude il mito di Prometheus?

Dopo 3000 anni in uno scontro Eracle ferisce Chirone e Chirone ,sofferente, ma impossibilitato a morire perchè immortale, chiede aiuto a Zeus il quale scambia la mortalità di Prometheus con l’immortalità di Chirone e libera Prometheus dalle catene.

Quindi Prometheus diviene libero ed immortale grazie a Chirone che nella mitologia rappresenta il terapeuta interno, l’equilibrio, la capacità di tenere insieme gli opposti ed integrarli, insomma,

la capacità di trasformare quel fuoco impetuoso e distruttivo in un caldo focolare.

L’Amicizia al Maschile, ovvero l’Approdo al Sé – Parte III

L’avvio del viaggio per Gilgamesh è tremendo: fuori da Uruk, vi sono ora solo fame, freddo e solitudine. Non è più la sete di conoscenza e sicurezza a muovere il sovrano, bensì l’inquietudine e il timore. Gilgamesh rimasto solo e ‘incompleto’ inizia un pellegrinaggio che si interroga sulla tematica della morte. Nessuno può oltrepassare i limiti della vita, e si sa dall’etimologia che limite è in corrispondenza biunivoca con necessità. La necessità (ananke) non è una divinità vera e propria, quanto piuttosto il riconoscimento di una forza cosmica superiore alle cose, superiore allo stesso destino di uomini e dei (fato = Namtar in Mesopotamia, la Moira in Grecia, poi personificata in tre entità: Atropo che fila, Cloto che avvolge e Lachesi che recide il filo della vita umana).

Tuttavia Gilgamesh non accetta questa situazione; vuole riuscire ad andare oltre. La mancanza e il dolore dovuti alla scomparsa dell’amico e del suo completamento fanno si che l’eroe ricerchi il superamento dei confini umani, ritenendosi entità quasi divina (elemento giustificato dalle sue origini).

Per poter lenire la sofferenza dovuta al fatto che è di nuovo ‘monco’ l’eroe desidera divenire eterno, come se, solo sconfiggendo ciò che determina la sua umanità in maniera imprescindibile, potesse dare un senso di rivalsa al suo non essere stato in grado di preservare la vita di Enkidu, e al tempo stesso la sopravvivenza di una nuova parte di sé. Vi è ancora, nel sovrano di Uruk, una fatica a interiorizzare ciò che prima gli era sconosciuto, considerandolo perso con la perdita dell’amico: questo sarà il processo fondamentale per raggiungere l’obiettivo dell’eternità. Non ha salvato Enkidu e quindi vuole salvare tutta l’umanità, per sempre. In questo percorso incontra l’antenato Utnapishtim, letteralmente “colui che vide la vita” perché dopo essere sopravvissuto al diluvio viene reso immortale dagli dei [(Enlil) ci benedisse: “Prima Utnapishtim era uomo, ora Utnapishtim e sua moglie siano simili a noi dei.” (tav XI, vv. 191-196)].

In questo incontro l’antenato immortale gli svela l’assenza di un segreto di lunga vita, facendogli però dono della conoscenza di una pianta simile al biancospino, situata in fondo al mare, che restituisce vigore al fisico e giovinezza; il sovrano si getta nelle profondità degli abissi recuperando la pianta per portarla nella sua città. Gilgamesh, tornando a Uruk, si fa soffiare la pianta da un serpente (che la mangia e torna giovane), terminando il suo viaggio con il pianto e l’accettazione del destino mortale suo e dell’umanità intera.

Le svariate sfaccettature assunte dal dinamismo di Gilgamesh sono evidenziate anche dalle differenti scansioni del tempo. Prima smisurato e mitico (vedi la rapidità con cui Gilgamesh ed Enkidu procedono verso la Foresta dei Cedri), poi umanizzato e reso con enorme precisione (vedi le “doppie ore” che scandiscono il faticoso cammino attraverso l’oscurità per giungere alla luce di Shamash, tav IX). Nella prima parte del poema Gilgamesh vive quindi in una dimensione irreale e centrata sulla propria individualità sul soddisfacimento dei suoi desideri.  Per contrasto, la seconda parte del poema ci presenta un Gilgamesh in una dimensione reale e soprattutto sociale. Rivelatore è il discorso di Gilgamesh al battelliere Urshanabi durante il viaggio di ritorno a Uruk, dopo l’incontro con l’antenato e il ritrovamento della pianta della giovinezza. Un discorso fatto di inedite buone intenzioni verso i sudditi:

«Urshanabi, questa è la pianta dell’irrequietezza;
grazie ad essa l’uomo ottiene la vita.
Voglio portarla ad Uruk e voglio darla da mangiare
agli anziani e sperimentare la pianta.
Il suo nome sarà “l’uomo anziano ringiovanirà”» (tav. XI)

Il viaggio dell’eroe culmina con la conquista (o la consapevolezza) della dignità del sovrano. Il re sumerico non deve mai prescindere dai propri doveri, da cui dipende l’esistenza stessa della comunità. Il percorso individuativo ha portato all’incontro con il diverso, con la propria Ombra, alla sua integrazione che produce un potenziale così notevole da spaventare gli dei. La dis-integrazione di questa unione provoca scoramento e inquietudine, propedeutica al ritorno al ruolo assunto all’inizio del poema in una modalità che appare più “giusta e consapevole”, meno centrata su un egocentrismo fine a se stesso e prevaricante: l’eroe mitico appare divenuto un eroe culturale.

Esiste poi un’ultima tavola (la XII), apparentemente scollegata dal resto della vicenda, in cui si narra di un nuovo incontro tra Gilgamesh ed Enkidu, in cui il primo vorrebbe riportare in vita l’amico … e forse è l’incontro anche con l’amico Enkidu rimasto dentro di sé, come a sottolineare che, una volta interiorizzate e metabolizzate, alcune relazioni e caratteristiche non possiamo più perderle, anzi si rinnovano continuamente …

Buona Ricerca

Enrico Panigada