Gruppi Tematici

In alcune fasi della nostra vita ci troviamo a vivere complessi passaggi, compiti temuti e stati d’animo che gestiamo a fatica. Da soli  non riusciamo ad attingere completamente alle nostre risorse, e , a volte, le nostre risorse non sono sufficienti per affrontare questi passaggi.

La risposta a queste difficoltà potrebbe essere la partecipazione a una serie di incontri finalizzati alla rielaborazione psicologica di alcune tematiche specifiche, utilizzando tre tipi di risorse: quelle personali (fondamentali e risolutive), la consulenza di due specialisti e il confronto con “compagni di viaggio” che condividono la stessa tipologia di difficoltà.

L’emergenza non è l’unica motivazione che spinge le persone a partecipare ai nostri gruppi; la ricerca interiore, la curiosità per ciò che si intuisce ma ancora non si capisce, il desiderio di ‘fare meglio’, la voglia di condivisione sono solo alcuni degli altri motivi per cui si arriva a partecipare a gruppi di questo tipo.

Le tematiche che attualmente vengono approfondite nei gruppi tematici sono le seguenti: il rapporto con la propria emotività, le dinamiche familiari, la gestione dell’ansia, le paure, gli attacchi di panico, la genitorialità, la dipendenza da alcool, la dipendenza da sostanze, le dipendenze comportamentali ( sesso, shopping, gioco, …), la sessualità, i disturbi alimentari.

Le diverse tematiche vengono approfondite in cicli di 8 incontri a cadenza settimanale e vengono condotti da due professionisti. I gruppi  vanno da un minimo di 8 a un massimo di 12 partecipanti

Annunci

L’eroe dai due nomi – Terza parte

… finalmente giunto a Itaca ….

Nel ritorno Odisseo recupera, oltre al suo essere sposo e re, il suo essere Padre, e questa appare chiaramente nel confronto con l’orda dei Proci che attentano al suo regno e a lui; Ulisse in quanto Padre si oppone al rischio degenerativo in atto presso il suo palazzo. I Proci rimandano i doveri, così come rimandano la gara con l’arco per lasciarsi andare al gozzovigliare; Ulisse, la condizione adulta contrapposta al dominio del piacere, studia l’arma con cui dovrà affrontare, e vincere, la gara. In alcune varianti del mito si narra che Penelope avesse giaciuto con tutti i pretendenti generando Pan, ovvero il “Tutto”, il quale avendo tanti padri non ne aveva nessuno. Anche in questa versione si potrebbe attribuire al ritorno dell’eroe itinerante il valore dell’assegnazione di un padre a Pan.

Ulisse ha ideali fortemente terreni, desidera anche lui onori e trionfi, rifiuta l’immortalità offertagli da Calipso; la sua coerenza sta nel non rifuggire mai da questa dimensione, dal rimanergli saldamente attaccato, pena il rischio di perdersi nelle pieghe di questo lunghissimo viaggio. Odisseo è fedele prima di tutto a se stesso e al proprio mondo familiare.

Citando nuovamente Luigi Zoja, nel suo “Il Gesto di Ettore”, è interessante notare la descrizione del combattente omerico: “Ulisse non è eroico se non in particolari circostanze: per il resto è rigorosamente umano, quindi imperfetto, ambivalente, addirittura scorretto. […] Ulisse rimane affidabile e coraggioso nonostante i sotterfugi. La sua novità psicologica sta nell’essere complesso e contraddittorio: simile a noi. Con lui ci identifichiamo senza ripudiare le nostre miserie; ci affacciamo a panorami avventurosi che le riscattano. Prototipo dell’inganno che tutti pratichiamo si rivela l’unico modello onesto, riscattando se stesso e noi con questa onestà. A differenza dell’eroe tradizionale o del benefattore, a Ulisse come a noi uomini comuni non interessa tanto l’azione nobile in sé, quanto il vantaggio: la conoscenza nell’immediato e la vittoria nei tempi lunghi. Per queste cose è disponibile a pagare un prezzo. […] Ulisse lotta per trasformare l’eroe primordiale, che sente invecchiare dentro, nel nuovo uomo storico: e noi ci immedesimiamo davvero in lui perché è un compito che riguarda tutti. […] I veri nemici che Ulisse ha dovuto combattere non sono stati i mostri o i giganti, ma il vuoto di volontà e di ricordo: l’oblio. Il letto di Circe e di Calipso, il canto seducente e assassino delle Sirene, il troppo vino bevuto dai compagni nella terra dei Ciconi, i fiori di loto che fanno scordare il ritorno, i farmaci delle donne. […] Tutto è pericolo morbido, ben più mortale di dure armi nemiche o di un Ciclope roccioso.” (pag. 103 e seg.).

In quanto eroe terreno Ulisse tiene in notevole considerazione il corpo; non segue Achille, travolto dalla sete di vendetta, nella sua scellerata idea di attaccare i Troiani a stomaco vuoto (Iliade, Canto XX); con la sua pazienza e dialettica convince gli Achei di quanto sia fondamentale ascoltare il corpo e i suoi bisogni oltre che l’impulso.

Appare interessante sottolineare come l’elemento risolutivo per la definizione dell’Identità di questo eroe omerico, soprattutto per quanto riguarda la dimensione relazionale con l’amata Penelope, sia, dopo tanto movimento e tanta peregrinazione, un elemento assolutamente statico (quasi in una ottica taoista, dove lo Yin e lo Yang si completano e ‘stanno’ in perenne equilibrio), ovvero il tronco d’olivo inamovibile su cui lui stesso ha innestato il talamo nuziale. Penelope tende un tranello a Odisseo, proponendogli uno spostamento del letto matrimoniale; l’eroe risponde alla “amara parola” narrando la genesi del giaciglio intorno al tronco d’olivo posto in cortile, e la sua inamovibilità. Questa narrazione risulta risolutiva per il riconoscimento di Ulisse come compagno amato da parte della sposa; appare questo il momento in cui Odisseo è davvero tornato a casa.

Usando  la terminologia junghiana sembra quasi che per poter incontrare davvero la propria Anima sia necessario far leva sulla parte più fondante il proprio essere, su quel patto fondativo che è alla base di ogni unione realmente ricca e generativa, e che solo i protagonisti in gioco conoscono, così come solo Ulisse e Penelope, oltre all’ancella Attoride custode del talamo, conoscono la vera natura del loro letto nuziale. Ulisse accetta, con sofferenza, di essere messo alla prova, di dar testimonianza del proprio essere, e ciò avviene attraverso le parole e le azioni. L’incontro con l’Anima richiede fatica, trasformazione e messa in discussione; Ulisse accetta queste sfide e raggiunge l’obiettivo che è presente in tutta l’opera: il ricongiungimento con Penelope e il ritorno a casa ovvero l’integrazione con le sue parti più intime e il raggiungimento di una dimensione di totalità.

Quando, giunti a casa, siamo molto lontani dal provare ciò sorgano domande ….

Fine

L’eroe dai due nomi – Seconda parte

Per cercare di comprendere il più possibile la figura di Ulisse è necessaria mantenere alta l’attenzione rispetto al possibile rischio di avvertire le vicende omeriche come avventure giocose, perigliose e desiderate, trasfigurandone il reale valore che sarebbe poi quello di un travaglio faticoso e terrificante, svolto in un mondo poco conosciuto, dove l’eroe e i suoi compagni (i quali periscono tutti) sono dominati da forze superiori e si trovano in balia di una entità poco addomesticabile come il mare.

Ulisse mostra una grande devozione e compassione verso se stesso e le sue sofferenze, nonostante in certi passi appaia notevole l’insensibilità del guerriero; quando ascolta il cantastorie che racconta le sue vicende è travolto dalla auto commiserazione e si scioglie in un pianto “come donna che piange la morte del marito” (Canto VIII, verso 523). Solo prendendo una certa distanza dalle proprie vicende, solo sentendole narrate da qualcun altro, Odisseo riesce a entrare in un rapporto empatico con le stesse;  a volte è necessaria stabilire una ‘giusta distanza’ con gli eventi e le relazioni che ci riguardano al fine di comprenderli a pieno.

Ulisse riesce ad essere bambino e adulto, uomo e donna, un essere complesso e completo che giunge alla fine del suo viaggio e del suo sviluppo, nonostante siano frequenti i momenti in cui umanamente oscilla fra sostare in una delle piacevoli alternative di vita (pensiamo alla fatica di lasciare Calipso) e riprendere la propria strada originaria. A volte ha bisogno che siano i compagni di viaggio che lo ri-motivino al ritorno, invitandolo a non lasciar andare nell’oblio “la dolcezza della terra paterna” (Odissea, Canto X, v. 472); in questi casi l’eroe si mostra capace di affidarsi e di farsi convincere, nonostante l’alternativa gli prospetti un futuro apprezzabile o la curiosità adolescenziale lo spinga a scelte incaute, come quando entra nella grotta del Ciclope.

È proprio nell’incontro con il Ciclope che Odisseo mostra gli estremi della sua personalità: da una parte un notevole sangue freddo ed equilibrio mostrato nel contrattare con il mostro e nell’accettare di perdere la propria identità al fine di salvarsi, dall’altra viene contagiato dalla primitività del Ciclope e quando si ritrova in fuga sulla nave cede alle lusinghe dell’eroismo spettacolare, provocando il mostro e rivelandogli il suo nome. È come se il contatto con la propria dimensione animale, con la sopportazione estrema (visione della lacerazione dei corpi dei compagni), con la forza bruta non addomesticata scatenino in lui una hybris incontrollabile e pericolosissima, che pagherà a caro prezzo; Poseidone infatti, padre del Ciclope, gli renderà molto più complicato e pericoloso del dovuto il viaggio di ritorno. In questo episodio troviamo il guerriero perdere quella disciplina che lo ha salvato in svariati momenti delle sue avventure.

Ogni viaggio è connotato da un punto di partenza; tendenzialmente i viaggi, quando non divengono vagabondaggio, hanno anche un punto di arrivo. Nella vicenda di Ulisse coincidono; ci troviamo di fronte a un’esperienza che parte e termina a Itaca, assumendo i connotati più di un cerchio che di una linea (elemento geometrico a cui solitamente si associa uno spostamento; basti pensare all’utilizzo che ne fa l’imperante Google Earth, ove gli itinerari vengono scanditi attraverso linee rette). Anche Troia, come le molte altre, appare una tappa intermedia. Odisseo torna a se stesso, al suo essere re e sposo tanto più conscio e padrone della propria identità quanto più riesce (essendo anche forzato a farlo) a nasconderla ed annullarla. È come se il viaggio avesse permesso di effettuare una trasformazione dell’identità di Ulisse e della sue sede ancor più, spostandola dal ruolo sociale assunto all’interiorità dell’eroe omerico, il quel può assumere mille altre forme rimanendo, al fine, sé stesso. Questo riguarda anche la nostra vita: ci troviamo a vivere differenti ruoli, alcuni ‘interpretati’ in maniera più spontanea e più prossima alla nostra natura, altri più sconosciuti e, a volte, più forzati. Queste dimensioni della nostra vita devono essere separate e differenziate, ma non scisse; dobbiamo riuscire a mantenere salda la nostra dimensione identitaria, senza farci snaturare, ma riuscendo ad acquisire quella flessibilità che ci permette di vivere come possibilità e non come terribile compromesso ciascuna nuova, e diversa, esperienza. Se si acquisisce la distanza fra ciò che sentiamo di essere e ciò che sentiamo di vivere i segnali di malessere sono alle porte, e possono giungere attraverso sintomi fisici, psicologici, relazionali …   Ulisse è allo stesso tempo il mendicante e il re, passando tra i due stati senza una metamorfosi dell’identità personale, la quale è ormai un a priori rispetto alle situazioni da affrontare. Odisseo mantiene una rispettosa e precisa Memoria degli eventi accadutigli e la mostra attraverso la narrazione delle sue avventure preso la corte dei Feaci (cosa che ripeterà nell’intimità del re-incontro con l’amata Penelope). La Memoria, nel racconto di Ulisse dà significato e prospettiva; passato, presente e futuro si mescolano, annullando, per alcuni momenti, i confini fra loro. La Memoria è una dimensione fondamentale della nostra esistenza, a livello individuale e collettivo; tramite la Memoria riusciamo a costruire la nostra identità, a decodificare gli eventi, a dargli un significato e, spesso, a prevedere l’evoluzione futura. La Memoria viene spesso associata al Passato, ma credo che abbia altrettanto a che fare con il Presente e il Futuro. La Memoria si muove nel tempo, lo colora, evita che si appiattisca e banalizzi e lo puntella di senso.

In questo senso possiamo dire che Ulisse domini gli elementi temporali dilatandoli a piacimento, come quando narra ai Feaci dell’incontro avvenuto nell’Ade con Tiresia, il quale gli profetizza gli eventi futuri: nell’attimo presente descrive un incontro del passato che gli prefigura il futuro!

Fine Seconda Parte

L’eroe dai due nomi – Prima parte

Esiste un eroe, uno dei più antichi, che ritroviamo in piccole abitudini quotidiane, che appartiene a tutti noi, che coltiviamo dentro di noi; è l’archetipo della partenza e del ritorno. Ci possiede in coda in tangenziale dopo una giornata di lavoro, sull’aereo che ci porta a una meta agognata o su una splendida strada assolata dispersa fra le colline. E’ l’eroe che parte per tornare.

E’ giunto fino ai nostri tempi con un doppio nome, quasi a descriverne l’impossibile definizione assoluta e definitiva, quasi fossero due in uno, quasi non si potessero esaurire le variegate sfaccettature di questo personaggio in un individuo solo.

Mi sto riferendo a Ulisse, conosciuto anche come Odisseo.

Rinforzando queste posizioni Boitani, nel suo libro “L’ombra di Ulisse”, analizzando i vari significati assunti dalla sua figura nell’età classica, medievale, rinascimentale e moderna lo definisce l’eroe della metamorfosi e della simulazione.

Rimangono come costanti dei vari ruoli interpretati da Ulisse l’astuzia, la forza e il controllo sulle sue emozioni (basti pensare ai molti oltraggi subiti al ritorno ad Itaca, per esempio da Antinoo e Ctesippo, quando è ancora sotto le spoglie di mendicante; Ulisse non reagisce subito, ma punisce gli oltraggi in maniera severa e cruda nel momento adeguato al suo disegno, al suo scopo finale). Odisseo, rispetto alla maggior parte degli eroi tradizionali, nel rapporto dialettico fra pulsione e pensiero è sicuramente più sbilanciato verso il secondo: attende l’occasione propizia, riesce a pazientare al fine di raggiungere a pieno il suo scopo. Nonostante “il cuore gli abbaiasse dentro, come una cagna” (Canto XX, verso 13) non si lascia travolgere dal passaggio all’atto immediato, ma riesce a contenere la sua ira, facendo tesoro anche delle sopportazioni precedenti (quando il Ciclope mangiava i suoi compagni per esempio); si potrebbe definire una “auto pedagogia” che educa al dialogo interiore e alla mediazione fra emozioni e pensiero.

Luigi Zoja, nel suo “Il Gesto di Ettore”, parla del ritorno a Itaca e dei Proci che mirano al trono di Ulisse: “I Proci brulicanti, che si inerpicano fino al letto della regina e al trono, sono la massa superflua che subito riempie ogni vuoto di potere nella società. Ma nella psiche sono l’avversario interno, la disgregazione della responsabilità che in assenza di una volontà salda – il “legittimo re” della gerarchia interiore – distrugge quanto di civiltà è stato accumulato. Il palazzo di Ulisse è fragile e recente, va rigenerato seguitando a edificarlo. I Proci sono la mancanza di progetto che si insinua se questo rinnovamento non viene celebrato. Ciò che di loro Ulisse odia senza scampo non è l’arroganza, che non gli è estranea, ma l’agire alla giornata, senza scopo, l’atto superfluo.”

Badate bene non stiamo parlando dell’incarnazione della fredda razionalità, che non lascia scampo alle emozioni e agli impulsi. Odisseo, al contrario, vuole conoscere e perlustrare emozioni e pulsioni ma non vuole esserne devastato e dominato (ricordate quando è l’unico a voler ascoltare il canto delle Sirene ma si fa legare all’albero della nave per non buttarsi nel mare fra Scilla e Cariddi ?). Ulisse rischia di perdersi nei sentimenti più forti (la rabbia verso i nemici e verso Polifemo, l’amore e la passione verso Circe e Calipso), proprio perché li vive a pieno, ma riesce a non esserne dominato a pieno. Il desiderio del nostos, del ritorno, alla fine prevale sempre.

L’Odissea lo definisce dal suo primo verso polytropos, cioè “l’eroe dal lungo viaggio”, “colui che ha errato tanto”. E in effetti differenti e multiformi sono state le peripezie affrontate (e a volte potremmo azzardarci a definire scelte, intendendo così quella parte di declinabilità personale che possono avere gli eventi incontrati sul proprio cammino; significativa è la modalità che Ulisse sceglie per incontrare le Sirene, optando per essere l’unico ad ascoltare la loro voce; Canto XII, versi 165 – 200) durante il ritorno a Itaca. Odisseo incontra una serie di personaggi molto caratterizzati (il terrificante Ciclope, la candida Nausicaa, l’amata e divina Calipso, i profetici Circe e Tiresia, la protettiva Atena, tanto per citarne alcuni) ciascuno dei quali dona all’eroe esperienze, consigli ed emozioni che rendono completo (potremmo dire individuativo?) il suo viaggio. Inoltre Ulisse svolge due viaggi verso l’Ade; durante uno di questi incontra l’indovino Tiresia, il quale gli profetizza “un ultimo viaggio”; questa profezia rimane costantemente nella testa dell’eroe, il quale infatti sentirà il bisogno di ripeterla subito a Penelope. Dopo il ritorno ad Itaca dovrà camminare, portando sulle spalle un remo, fino a giungere a un paese ove gli abitanti non conoscono il sale e il mare. Riconoscerà questo luogo poiché lì incontrerà un altro viandante che scambierà il suo remo con una pala di legno per spargere sementi; in quel luogo dovrà effettuare sacrifici per placare definitivamente Poseidone (irato per l’uccisione del figlio Ciclope) e poter tornare davvero a casa. La morte arriverà ex halòs, “vinto da una serena vecchiezza”.

L’espressione ex halòs getta un’ombra di mistero sul futuro di Ulisse, avendo una valenza ambigua: significa sia “da fuori, lontano dal mare” che “da dentro il mare”. Sarà dunque capace Odisseo di fermarsi, di risiedere tranquillamente presso Itaca con l’amata Penelope? Riprenderà nuovamente il mare per effettuare un altro viaggio, che gli costerà la vita?

Fine prima parte.

Il Pellegrinaggio, ovvero il Sacro nel Semplice

Si è aperto un periodo in cui,  grazie alle giornate più lunghe, alle temperature più miti e al periodo di sospensione dell’attività lavorativa molti di noi riscoprono il piacere del camminare, del ‘farsi una bella salute’. Oltre ad avere un indubbio valore di incremento del benessere, sia a livello fisico che a livello psichico, nella storia dell’uomo il camminare ha avuto molto a che fare con la sfera del Sacro:  sto, naturalmente, parlando del Pellegrinaggio.

L’unione delle due pratiche del camminare e del pregare (o del recarsi a pregare) esiste dalla notte dei tempi, ed ha accompagnato lo sviluppo delle religioni moderne e antiche. Questa pratica prende il nome di pellegrinaggio e può essere un movimento individuale, di piccoli gruppi o di grandi gruppi. Ci si dirige verso una meta particolare, connotata da quelle caratteristiche eccezionali che molte religioni definiscono ‘sacre’. Spesso questo cammino non avviene in un momento qualsiasi ma in tempi, anch’essi, speciali: feste, ricorrenze, anniversari. Il pellegrinaggio diviene un modo per classificare tempo e spazio, e per inserire la persona e la comunità coinvolti dallo spostamento in una dimensione spaziale e temporale ‘extra-ordinaria’.

Scrive Rebecca Solnit nel suo testo Storia del camminare:: “Premessa del pellegrinaggio è la concezione che il sacro non sia completamente immateriale e che esista una geografia del potere spirituale. Ponendo un’enfasi particolare sulla sua storia e sul suo ambiente, il pellegrinaggio si muove sulla delicata linea di demarcazione tra spirituale e materiale: pur alla ricerca della spiritualità, il modo di ottenerla si basa su dettagli molto materiali: dove è nato Buddha o dove è morto Cristo, dove si trovano le reliquie o dove scorre l’acqua sacra. Può anche darsi che il pellegrinaggio concili spirituale e materiale, perché fare un pellegrinaggio vuol dire far sì che il corpo e i suoi gesti esprimano i desideri e la fede dell’anima. Il pellegrinaggio coniuga fede e azione, pensiero e fare, ed è sensato pensare che l’armonia si possa raggiungere quando il sacro è materialmente presente in un luogo determinato. […] Il pellegrinaggio consente di muoversi fisicamente, mediante lo sforzo compiuto dal corpo, un passo dopo l’altro, verso le intangibili mete spirituali che è molto difficile raggiungere altrimenti. È per noi fonte di perenne imbarazzo la scelta di come muoversi verso il perdono, la guarigione, la verità, ma sappiamo come si fa a camminare da qui a lì, per quanto possa essere difficile il viaggio […] Il pellegrino porta a termine una storia che appartiene soltanto a lui, e che anche così entra a far parte di una religione composta di storie di viaggio e di trasformazione”.

Il monaco tedesco Anselm Grun scrive: “ Si può conoscere la fede anche ascoltando il proprio corpo, imparando a respirare correttamente, ad assumere la giusta posizione […]. Il Cammino è meditazione del corpo e con il corpo […]. I nostri concetti si radicano spesso in esperienze corporee. Si giunge al cuore dei concetti non solo con la riflessione, ma anche rifacendo le esperienza da cui sono derivati.” (In cammino, pag. 8).

Attraverso il pellegrinaggio si decide di lasciare (di solito temporaneamente) la comunità a cui si appartiene, o la condizione che ci definisce per entrare in una nuova, chiamata da Victor Turner Comunitas, caratterizzata dal movimento, dalla motivazione e dalla condivisione; nuove regole scandiscono la nuova vita, dove i ruoli sociali appaiono livellati, si sciolgono le rigidità legate allo status sociale e ciascuno può presentarsi e intessere relazioni senza una preventiva connotazione legata alla sua storia.

In latino il termine peregrinus ha il doppio significato di estraneo (per-ager: andar per i campi) e viaggiatore, e, come già visto soprattutto nell’ambito mitologico, queste due sfaccettature si integrano e modulano continuamente, aggiungendo valore l’una all’altra.

L’odierna riscoperta sempre più massiccia di percorsi che hanno in sé le tracce di milioni di pellegrini, come il Cammino di Santiago o la nostra meravigliosa Via Francigena, ci suggerisce che questo desiderio di sintesi del mettersi in cammino e dell’accesso al Sacro è ancora molto vivo, solo meno condiviso e relegato a una iniziativa personale.

Facendo riferimento al precedente post sui Riti di Passaggio ritengo una grande perdta aver operato questa privatizzazione di una pratica fortemente sociale.

Team Building, proposte per lavorare con il Gruppo

La premessa fondamentale dei nostri interventi di Team Building è andare oltre il mero evento ludico – aggregativo, cercando di elaborare una strategia condivisa e congiuntamente pianificata che contribuisca a valorizzare a pieno le risorse, affrontare le criticità ed elaborare strategie di soluzione dei problemi.

Ogni intervento prevede una fase precedente di co-progettazione e una fase successiva di co-valutazione, al fine di massimizzare il valore dei risultati emersi e non disperdere alcun contenuto evidenziato. In quest’ottica i vari interventi effettuati non sono fini a sé stessi, slegati da un filo conduttore comune che diviene il valore intrinseco della nostra proposta: l’evento e l’intervento hanno valore di per sé, ma sono soprattutto occasione e stimolo di lavoro da rielaborare in altri momenti e da integrare con la quotidianità del gruppo.

La fantasia, la comunicazione, l’ascolto, la consapevolezza delle dinamiche del gruppo sono solo alcuni dei compagni di viaggio che sono presenti nelle nostre proposte, che si rivolgono a ogni forma di gruppo, formale, strutturato, amicale o professionale che sia.

Per saperne di più visita la nostra pagina:

https://silviapagani.org/progetto-amalteia/per-i-gruppi-scuole-aziende/team-building/

Contatti: amal.teia@hotmail.com           335 6813590                       346 4922483