Workaholic

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Le dipendenze comportamentali sono ormai divenute argomento frequente. Chi si occupa di dipendenze deve ormai da anni fare i conti con questo nuovo capitolo. La sexual addiction, lo shopping compulsivo, la dipendenza da lavoro…ecc. Non è però soltanto un argomento significativo per gli operatori del settore, ma anche per la popolazione in generale. I comportamenti dipendenti sono sempre legati ad una distorsione di lettura.
Mi spiego meglio: la sessualità è una parte importante della nostra vita, ci porta in un momento di fusione con l’altro ed è l’unica possibilità che abbiamo di vivere una condizione di totale immersione nell’anima dell’altro senza parlare di psicosi. È una parte della nostra vita nutriente e che completa la vita adulta. Da qualche decennio però la sessualità è stata svuotata del suo significato. Troviamo immagini a sfondo sessuale ovunque ed il messaggio che arriva è relativo ad una sessualità vuota, fine a sè stessa, slegata da qualunque significato di unione, condivisione, progetto. Ed ecco che parallelamente si fa avanti la dipendenza sessuale. Stessa cosa succede con lo shopping. Per incentivare gli acquisti sono stati creati falsi bisogni,mode, centri commerciali che diventano i nuovi luoghi di aggregazione. Comprare si svuota del suo significato. Non è più spendere per avere qualcosa che ci serve o che ci dà piacere, ma perchè è un gesto automatico, tanto che spesso dopo l’acquisto l’oggetto perde di fascino e non ci interessa più. Ed ecco farsi largo la dipendenza da shopping.
Cosa possiamo pensare quindi della workaholic, o dipendenza da lavoro? Sempre pìù spesso si presentano in studio e in ambulatorio persone che lamentano tossicodipendenza e/ o alcolismo, ma che non si accorgono che la dipendenza primaria è quella da lavoro.Anche in questo caso il lavoro ha preso una forma molto distante da quello che dovrebbe essere. Non c’è niente di meglio che poter fare per lavoro ciò che ci piace, ma comunque sempre di lavoro si tratta. Produciamo delle cose…idee, oggetti, progetti che miglioreranno le condizioni di vita di qualcuno. Quando però fare un lavoro diventa l’unico modo per sentirci vivi, esistenti e presenti nella testa degli altri allora di nuovo siamo nell’ambito di una distorsione. Chi dovrebbe preoccuparsi di ciò? Chiaramente chi ne soffre perchè non ha più spazio fisico o mentale per altro, ma anche i compagni, i figli, gli amici che si troveranno a dividere il tempo, poco, con un corpo senza anima ( l’anima anche nel tempo libero sarà al lavoro!).
Ma la cosa alla quale spesso non pensiamo è al danno che questo rappresenta per le aziende e comunque per il mondo del lavoro. Apparentemente una persona affetta da workaholic sembrerebbe il lavoratore ideale, sempre sul pezzo! In realtà, come in tutte le dipendenze, l’attaccamento all’oggetto della dipendenza, in questo caso il lavoro, non è un attaccamento d’amore ma l’unica possibilità di costruzione dell’identità, identità sovrapposta purtroppo al ruolo lavorativo. Una persona dipendente dal lavoro non ama il suo lavoro, ne è prigioniero. La resa progressivamente diminuisce, il caos regna sovrano. Clienti e colleghi faticano a collaborare perchè sono travolti dall’onda di agiti del dipendente. Diversi studi hanno dimostrato come i risultati professionali di queste persone abbiano un apparente picco di aumento in una breve fase iniziale, e di come precipitino successivamente in modo irreversibile.
Non credo sia sufficiente occuparsi di workaholic nei nostri studi, anche perchè spesso non c’è la consapevolezza del disturbo; credo sia necessario, e urgente, entrare nelle aziende, nelle ditte, negli uffici e fare proposte di prevenzione per migliorare la qualità della vita dei lavoratori, ma anche per anticipare e prevenire alle aziende danni importanti che già iniziamo a vedere all’orizzonte.
Silvia Pagani

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