L’eroe dai due nomi – Terza parte

… finalmente giunto a Itaca ….

Nel ritorno Odisseo recupera, oltre al suo essere sposo e re, il suo essere Padre, e questa appare chiaramente nel confronto con l’orda dei Proci che attentano al suo regno e a lui; Ulisse in quanto Padre si oppone al rischio degenerativo in atto presso il suo palazzo. I Proci rimandano i doveri, così come rimandano la gara con l’arco per lasciarsi andare al gozzovigliare; Ulisse, la condizione adulta contrapposta al dominio del piacere, studia l’arma con cui dovrà affrontare, e vincere, la gara. In alcune varianti del mito si narra che Penelope avesse giaciuto con tutti i pretendenti generando Pan, ovvero il “Tutto”, il quale avendo tanti padri non ne aveva nessuno. Anche in questa versione si potrebbe attribuire al ritorno dell’eroe itinerante il valore dell’assegnazione di un padre a Pan.

Ulisse ha ideali fortemente terreni, desidera anche lui onori e trionfi, rifiuta l’immortalità offertagli da Calipso; la sua coerenza sta nel non rifuggire mai da questa dimensione, dal rimanergli saldamente attaccato, pena il rischio di perdersi nelle pieghe di questo lunghissimo viaggio. Odisseo è fedele prima di tutto a se stesso e al proprio mondo familiare.

Citando nuovamente Luigi Zoja, nel suo “Il Gesto di Ettore”, è interessante notare la descrizione del combattente omerico: “Ulisse non è eroico se non in particolari circostanze: per il resto è rigorosamente umano, quindi imperfetto, ambivalente, addirittura scorretto. […] Ulisse rimane affidabile e coraggioso nonostante i sotterfugi. La sua novità psicologica sta nell’essere complesso e contraddittorio: simile a noi. Con lui ci identifichiamo senza ripudiare le nostre miserie; ci affacciamo a panorami avventurosi che le riscattano. Prototipo dell’inganno che tutti pratichiamo si rivela l’unico modello onesto, riscattando se stesso e noi con questa onestà. A differenza dell’eroe tradizionale o del benefattore, a Ulisse come a noi uomini comuni non interessa tanto l’azione nobile in sé, quanto il vantaggio: la conoscenza nell’immediato e la vittoria nei tempi lunghi. Per queste cose è disponibile a pagare un prezzo. […] Ulisse lotta per trasformare l’eroe primordiale, che sente invecchiare dentro, nel nuovo uomo storico: e noi ci immedesimiamo davvero in lui perché è un compito che riguarda tutti. […] I veri nemici che Ulisse ha dovuto combattere non sono stati i mostri o i giganti, ma il vuoto di volontà e di ricordo: l’oblio. Il letto di Circe e di Calipso, il canto seducente e assassino delle Sirene, il troppo vino bevuto dai compagni nella terra dei Ciconi, i fiori di loto che fanno scordare il ritorno, i farmaci delle donne. […] Tutto è pericolo morbido, ben più mortale di dure armi nemiche o di un Ciclope roccioso.” (pag. 103 e seg.).

In quanto eroe terreno Ulisse tiene in notevole considerazione il corpo; non segue Achille, travolto dalla sete di vendetta, nella sua scellerata idea di attaccare i Troiani a stomaco vuoto (Iliade, Canto XX); con la sua pazienza e dialettica convince gli Achei di quanto sia fondamentale ascoltare il corpo e i suoi bisogni oltre che l’impulso.

Appare interessante sottolineare come l’elemento risolutivo per la definizione dell’Identità di questo eroe omerico, soprattutto per quanto riguarda la dimensione relazionale con l’amata Penelope, sia, dopo tanto movimento e tanta peregrinazione, un elemento assolutamente statico (quasi in una ottica taoista, dove lo Yin e lo Yang si completano e ‘stanno’ in perenne equilibrio), ovvero il tronco d’olivo inamovibile su cui lui stesso ha innestato il talamo nuziale. Penelope tende un tranello a Odisseo, proponendogli uno spostamento del letto matrimoniale; l’eroe risponde alla “amara parola” narrando la genesi del giaciglio intorno al tronco d’olivo posto in cortile, e la sua inamovibilità. Questa narrazione risulta risolutiva per il riconoscimento di Ulisse come compagno amato da parte della sposa; appare questo il momento in cui Odisseo è davvero tornato a casa.

Usando  la terminologia junghiana sembra quasi che per poter incontrare davvero la propria Anima sia necessario far leva sulla parte più fondante il proprio essere, su quel patto fondativo che è alla base di ogni unione realmente ricca e generativa, e che solo i protagonisti in gioco conoscono, così come solo Ulisse e Penelope, oltre all’ancella Attoride custode del talamo, conoscono la vera natura del loro letto nuziale. Ulisse accetta, con sofferenza, di essere messo alla prova, di dar testimonianza del proprio essere, e ciò avviene attraverso le parole e le azioni. L’incontro con l’Anima richiede fatica, trasformazione e messa in discussione; Ulisse accetta queste sfide e raggiunge l’obiettivo che è presente in tutta l’opera: il ricongiungimento con Penelope e il ritorno a casa ovvero l’integrazione con le sue parti più intime e il raggiungimento di una dimensione di totalità.

Quando, giunti a casa, siamo molto lontani dal provare ciò sorgano domande ….

Fine

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