L’eroe dai due nomi – Seconda parte

Per cercare di comprendere il più possibile la figura di Ulisse è necessaria mantenere alta l’attenzione rispetto al possibile rischio di avvertire le vicende omeriche come avventure giocose, perigliose e desiderate, trasfigurandone il reale valore che sarebbe poi quello di un travaglio faticoso e terrificante, svolto in un mondo poco conosciuto, dove l’eroe e i suoi compagni (i quali periscono tutti) sono dominati da forze superiori e si trovano in balia di una entità poco addomesticabile come il mare.

Ulisse mostra una grande devozione e compassione verso se stesso e le sue sofferenze, nonostante in certi passi appaia notevole l’insensibilità del guerriero; quando ascolta il cantastorie che racconta le sue vicende è travolto dalla auto commiserazione e si scioglie in un pianto “come donna che piange la morte del marito” (Canto VIII, verso 523). Solo prendendo una certa distanza dalle proprie vicende, solo sentendole narrate da qualcun altro, Odisseo riesce a entrare in un rapporto empatico con le stesse;  a volte è necessaria stabilire una ‘giusta distanza’ con gli eventi e le relazioni che ci riguardano al fine di comprenderli a pieno.

Ulisse riesce ad essere bambino e adulto, uomo e donna, un essere complesso e completo che giunge alla fine del suo viaggio e del suo sviluppo, nonostante siano frequenti i momenti in cui umanamente oscilla fra sostare in una delle piacevoli alternative di vita (pensiamo alla fatica di lasciare Calipso) e riprendere la propria strada originaria. A volte ha bisogno che siano i compagni di viaggio che lo ri-motivino al ritorno, invitandolo a non lasciar andare nell’oblio “la dolcezza della terra paterna” (Odissea, Canto X, v. 472); in questi casi l’eroe si mostra capace di affidarsi e di farsi convincere, nonostante l’alternativa gli prospetti un futuro apprezzabile o la curiosità adolescenziale lo spinga a scelte incaute, come quando entra nella grotta del Ciclope.

È proprio nell’incontro con il Ciclope che Odisseo mostra gli estremi della sua personalità: da una parte un notevole sangue freddo ed equilibrio mostrato nel contrattare con il mostro e nell’accettare di perdere la propria identità al fine di salvarsi, dall’altra viene contagiato dalla primitività del Ciclope e quando si ritrova in fuga sulla nave cede alle lusinghe dell’eroismo spettacolare, provocando il mostro e rivelandogli il suo nome. È come se il contatto con la propria dimensione animale, con la sopportazione estrema (visione della lacerazione dei corpi dei compagni), con la forza bruta non addomesticata scatenino in lui una hybris incontrollabile e pericolosissima, che pagherà a caro prezzo; Poseidone infatti, padre del Ciclope, gli renderà molto più complicato e pericoloso del dovuto il viaggio di ritorno. In questo episodio troviamo il guerriero perdere quella disciplina che lo ha salvato in svariati momenti delle sue avventure.

Ogni viaggio è connotato da un punto di partenza; tendenzialmente i viaggi, quando non divengono vagabondaggio, hanno anche un punto di arrivo. Nella vicenda di Ulisse coincidono; ci troviamo di fronte a un’esperienza che parte e termina a Itaca, assumendo i connotati più di un cerchio che di una linea (elemento geometrico a cui solitamente si associa uno spostamento; basti pensare all’utilizzo che ne fa l’imperante Google Earth, ove gli itinerari vengono scanditi attraverso linee rette). Anche Troia, come le molte altre, appare una tappa intermedia. Odisseo torna a se stesso, al suo essere re e sposo tanto più conscio e padrone della propria identità quanto più riesce (essendo anche forzato a farlo) a nasconderla ed annullarla. È come se il viaggio avesse permesso di effettuare una trasformazione dell’identità di Ulisse e della sue sede ancor più, spostandola dal ruolo sociale assunto all’interiorità dell’eroe omerico, il quel può assumere mille altre forme rimanendo, al fine, sé stesso. Questo riguarda anche la nostra vita: ci troviamo a vivere differenti ruoli, alcuni ‘interpretati’ in maniera più spontanea e più prossima alla nostra natura, altri più sconosciuti e, a volte, più forzati. Queste dimensioni della nostra vita devono essere separate e differenziate, ma non scisse; dobbiamo riuscire a mantenere salda la nostra dimensione identitaria, senza farci snaturare, ma riuscendo ad acquisire quella flessibilità che ci permette di vivere come possibilità e non come terribile compromesso ciascuna nuova, e diversa, esperienza. Se si acquisisce la distanza fra ciò che sentiamo di essere e ciò che sentiamo di vivere i segnali di malessere sono alle porte, e possono giungere attraverso sintomi fisici, psicologici, relazionali …   Ulisse è allo stesso tempo il mendicante e il re, passando tra i due stati senza una metamorfosi dell’identità personale, la quale è ormai un a priori rispetto alle situazioni da affrontare. Odisseo mantiene una rispettosa e precisa Memoria degli eventi accadutigli e la mostra attraverso la narrazione delle sue avventure preso la corte dei Feaci (cosa che ripeterà nell’intimità del re-incontro con l’amata Penelope). La Memoria, nel racconto di Ulisse dà significato e prospettiva; passato, presente e futuro si mescolano, annullando, per alcuni momenti, i confini fra loro. La Memoria è una dimensione fondamentale della nostra esistenza, a livello individuale e collettivo; tramite la Memoria riusciamo a costruire la nostra identità, a decodificare gli eventi, a dargli un significato e, spesso, a prevedere l’evoluzione futura. La Memoria viene spesso associata al Passato, ma credo che abbia altrettanto a che fare con il Presente e il Futuro. La Memoria si muove nel tempo, lo colora, evita che si appiattisca e banalizzi e lo puntella di senso.

In questo senso possiamo dire che Ulisse domini gli elementi temporali dilatandoli a piacimento, come quando narra ai Feaci dell’incontro avvenuto nell’Ade con Tiresia, il quale gli profetizza gli eventi futuri: nell’attimo presente descrive un incontro del passato che gli prefigura il futuro!

Fine Seconda Parte

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