L’eroe dai due nomi – Prima parte

Esiste un eroe, uno dei più antichi, che ritroviamo in piccole abitudini quotidiane, che appartiene a tutti noi, che coltiviamo dentro di noi; è l’archetipo della partenza e del ritorno. Ci possiede in coda in tangenziale dopo una giornata di lavoro, sull’aereo che ci porta a una meta agognata o su una splendida strada assolata dispersa fra le colline. E’ l’eroe che parte per tornare.

E’ giunto fino ai nostri tempi con un doppio nome, quasi a descriverne l’impossibile definizione assoluta e definitiva, quasi fossero due in uno, quasi non si potessero esaurire le variegate sfaccettature di questo personaggio in un individuo solo.

Mi sto riferendo a Ulisse, conosciuto anche come Odisseo.

Rinforzando queste posizioni Boitani, nel suo libro “L’ombra di Ulisse”, analizzando i vari significati assunti dalla sua figura nell’età classica, medievale, rinascimentale e moderna lo definisce l’eroe della metamorfosi e della simulazione.

Rimangono come costanti dei vari ruoli interpretati da Ulisse l’astuzia, la forza e il controllo sulle sue emozioni (basti pensare ai molti oltraggi subiti al ritorno ad Itaca, per esempio da Antinoo e Ctesippo, quando è ancora sotto le spoglie di mendicante; Ulisse non reagisce subito, ma punisce gli oltraggi in maniera severa e cruda nel momento adeguato al suo disegno, al suo scopo finale). Odisseo, rispetto alla maggior parte degli eroi tradizionali, nel rapporto dialettico fra pulsione e pensiero è sicuramente più sbilanciato verso il secondo: attende l’occasione propizia, riesce a pazientare al fine di raggiungere a pieno il suo scopo. Nonostante “il cuore gli abbaiasse dentro, come una cagna” (Canto XX, verso 13) non si lascia travolgere dal passaggio all’atto immediato, ma riesce a contenere la sua ira, facendo tesoro anche delle sopportazioni precedenti (quando il Ciclope mangiava i suoi compagni per esempio); si potrebbe definire una “auto pedagogia” che educa al dialogo interiore e alla mediazione fra emozioni e pensiero.

Luigi Zoja, nel suo “Il Gesto di Ettore”, parla del ritorno a Itaca e dei Proci che mirano al trono di Ulisse: “I Proci brulicanti, che si inerpicano fino al letto della regina e al trono, sono la massa superflua che subito riempie ogni vuoto di potere nella società. Ma nella psiche sono l’avversario interno, la disgregazione della responsabilità che in assenza di una volontà salda – il “legittimo re” della gerarchia interiore – distrugge quanto di civiltà è stato accumulato. Il palazzo di Ulisse è fragile e recente, va rigenerato seguitando a edificarlo. I Proci sono la mancanza di progetto che si insinua se questo rinnovamento non viene celebrato. Ciò che di loro Ulisse odia senza scampo non è l’arroganza, che non gli è estranea, ma l’agire alla giornata, senza scopo, l’atto superfluo.”

Badate bene non stiamo parlando dell’incarnazione della fredda razionalità, che non lascia scampo alle emozioni e agli impulsi. Odisseo, al contrario, vuole conoscere e perlustrare emozioni e pulsioni ma non vuole esserne devastato e dominato (ricordate quando è l’unico a voler ascoltare il canto delle Sirene ma si fa legare all’albero della nave per non buttarsi nel mare fra Scilla e Cariddi ?). Ulisse rischia di perdersi nei sentimenti più forti (la rabbia verso i nemici e verso Polifemo, l’amore e la passione verso Circe e Calipso), proprio perché li vive a pieno, ma riesce a non esserne dominato a pieno. Il desiderio del nostos, del ritorno, alla fine prevale sempre.

L’Odissea lo definisce dal suo primo verso polytropos, cioè “l’eroe dal lungo viaggio”, “colui che ha errato tanto”. E in effetti differenti e multiformi sono state le peripezie affrontate (e a volte potremmo azzardarci a definire scelte, intendendo così quella parte di declinabilità personale che possono avere gli eventi incontrati sul proprio cammino; significativa è la modalità che Ulisse sceglie per incontrare le Sirene, optando per essere l’unico ad ascoltare la loro voce; Canto XII, versi 165 – 200) durante il ritorno a Itaca. Odisseo incontra una serie di personaggi molto caratterizzati (il terrificante Ciclope, la candida Nausicaa, l’amata e divina Calipso, i profetici Circe e Tiresia, la protettiva Atena, tanto per citarne alcuni) ciascuno dei quali dona all’eroe esperienze, consigli ed emozioni che rendono completo (potremmo dire individuativo?) il suo viaggio. Inoltre Ulisse svolge due viaggi verso l’Ade; durante uno di questi incontra l’indovino Tiresia, il quale gli profetizza “un ultimo viaggio”; questa profezia rimane costantemente nella testa dell’eroe, il quale infatti sentirà il bisogno di ripeterla subito a Penelope. Dopo il ritorno ad Itaca dovrà camminare, portando sulle spalle un remo, fino a giungere a un paese ove gli abitanti non conoscono il sale e il mare. Riconoscerà questo luogo poiché lì incontrerà un altro viandante che scambierà il suo remo con una pala di legno per spargere sementi; in quel luogo dovrà effettuare sacrifici per placare definitivamente Poseidone (irato per l’uccisione del figlio Ciclope) e poter tornare davvero a casa. La morte arriverà ex halòs, “vinto da una serena vecchiezza”.

L’espressione ex halòs getta un’ombra di mistero sul futuro di Ulisse, avendo una valenza ambigua: significa sia “da fuori, lontano dal mare” che “da dentro il mare”. Sarà dunque capace Odisseo di fermarsi, di risiedere tranquillamente presso Itaca con l’amata Penelope? Riprenderà nuovamente il mare per effettuare un altro viaggio, che gli costerà la vita?

Fine prima parte.

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