Il Pellegrinaggio, ovvero il Sacro nel Semplice

Si è aperto un periodo in cui,  grazie alle giornate più lunghe, alle temperature più miti e al periodo di sospensione dell’attività lavorativa molti di noi riscoprono il piacere del camminare, del ‘farsi una bella salute’. Oltre ad avere un indubbio valore di incremento del benessere, sia a livello fisico che a livello psichico, nella storia dell’uomo il camminare ha avuto molto a che fare con la sfera del Sacro:  sto, naturalmente, parlando del Pellegrinaggio.

L’unione delle due pratiche del camminare e del pregare (o del recarsi a pregare) esiste dalla notte dei tempi, ed ha accompagnato lo sviluppo delle religioni moderne e antiche. Questa pratica prende il nome di pellegrinaggio e può essere un movimento individuale, di piccoli gruppi o di grandi gruppi. Ci si dirige verso una meta particolare, connotata da quelle caratteristiche eccezionali che molte religioni definiscono ‘sacre’. Spesso questo cammino non avviene in un momento qualsiasi ma in tempi, anch’essi, speciali: feste, ricorrenze, anniversari. Il pellegrinaggio diviene un modo per classificare tempo e spazio, e per inserire la persona e la comunità coinvolti dallo spostamento in una dimensione spaziale e temporale ‘extra-ordinaria’.

Scrive Rebecca Solnit nel suo testo Storia del camminare:: “Premessa del pellegrinaggio è la concezione che il sacro non sia completamente immateriale e che esista una geografia del potere spirituale. Ponendo un’enfasi particolare sulla sua storia e sul suo ambiente, il pellegrinaggio si muove sulla delicata linea di demarcazione tra spirituale e materiale: pur alla ricerca della spiritualità, il modo di ottenerla si basa su dettagli molto materiali: dove è nato Buddha o dove è morto Cristo, dove si trovano le reliquie o dove scorre l’acqua sacra. Può anche darsi che il pellegrinaggio concili spirituale e materiale, perché fare un pellegrinaggio vuol dire far sì che il corpo e i suoi gesti esprimano i desideri e la fede dell’anima. Il pellegrinaggio coniuga fede e azione, pensiero e fare, ed è sensato pensare che l’armonia si possa raggiungere quando il sacro è materialmente presente in un luogo determinato. […] Il pellegrinaggio consente di muoversi fisicamente, mediante lo sforzo compiuto dal corpo, un passo dopo l’altro, verso le intangibili mete spirituali che è molto difficile raggiungere altrimenti. È per noi fonte di perenne imbarazzo la scelta di come muoversi verso il perdono, la guarigione, la verità, ma sappiamo come si fa a camminare da qui a lì, per quanto possa essere difficile il viaggio […] Il pellegrino porta a termine una storia che appartiene soltanto a lui, e che anche così entra a far parte di una religione composta di storie di viaggio e di trasformazione”.

Il monaco tedesco Anselm Grun scrive: “ Si può conoscere la fede anche ascoltando il proprio corpo, imparando a respirare correttamente, ad assumere la giusta posizione […]. Il Cammino è meditazione del corpo e con il corpo […]. I nostri concetti si radicano spesso in esperienze corporee. Si giunge al cuore dei concetti non solo con la riflessione, ma anche rifacendo le esperienza da cui sono derivati.” (In cammino, pag. 8).

Attraverso il pellegrinaggio si decide di lasciare (di solito temporaneamente) la comunità a cui si appartiene, o la condizione che ci definisce per entrare in una nuova, chiamata da Victor Turner Comunitas, caratterizzata dal movimento, dalla motivazione e dalla condivisione; nuove regole scandiscono la nuova vita, dove i ruoli sociali appaiono livellati, si sciolgono le rigidità legate allo status sociale e ciascuno può presentarsi e intessere relazioni senza una preventiva connotazione legata alla sua storia.

In latino il termine peregrinus ha il doppio significato di estraneo (per-ager: andar per i campi) e viaggiatore, e, come già visto soprattutto nell’ambito mitologico, queste due sfaccettature si integrano e modulano continuamente, aggiungendo valore l’una all’altra.

L’odierna riscoperta sempre più massiccia di percorsi che hanno in sé le tracce di milioni di pellegrini, come il Cammino di Santiago o la nostra meravigliosa Via Francigena, ci suggerisce che questo desiderio di sintesi del mettersi in cammino e dell’accesso al Sacro è ancora molto vivo, solo meno condiviso e relegato a una iniziativa personale.

Facendo riferimento al precedente post sui Riti di Passaggio ritengo una grande perdta aver operato questa privatizzazione di una pratica fortemente sociale.

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