Gli Esami, ovvero il Valore dei Riti di Passaggio

Giugno è un mese di confine, di inizio e di fine, di passaggio ….

Comincia l’estate e finisce la scuola, non per tutti però, perché alcuni devono affrontare alcune prove che non scorderanno mai: gli esami.

Ho scoperto, solo in questi giorni, che non esiste più da vari anni l’esame di quinta elementare; non so bene quali siano state le motivazioni che hanno portato a questa decisione ma io non concordo. Gli esami sono infatti fra i pochissimi riti di passaggio rimasti nella nostra società, scandiscono una transizione, mettono alla prova e marcano una evoluzione, lasciando un segno indelebile nella nostra memoria e nella nostra auto percezione. Affrontiamo la paura, ci prepara riamo, ci confrontiamo con i nostri compagni d’avventura e sperimentiamo la nostra capacità ‘di farcela’. Più, come sistema, togliamo ostacoli e prove che propongano riconosciuti e convalidati riti ed esami, meno aiutiamo chi cresce a sentirsi pronto ad affrontare (e superare i propri compiti evolutivi).

Arnold Van Gennep è un antropologo che ha studiato i riti di passaggio in svariate culture, elaborando un modello più o meno universale suddiviso in tre fasi:fase della separazione, fase liminale (o del margine), fase della riaggregazione. Come nei riti praticati dalle società arcaiche questa scansione concilia il bisogno di strutturare il tempo e lo spazio, e al tempo stesso valorizzare la dimensione sociale e quella individuale. Nella prima fase avviene la necessaria separazione, fisica e psicologica, dalla precedente condizione, se ne prende distanza, a volte in maniera più costruttiva, altre volte, soprattutto quando questo passaggio è più sofferto, in forme più traumatiche. A questa succede la fase liminale, necessaria sospensione connotata da indefinitezza e smarrimento, propedeutica al processo trasformativo: l’individuo (o il gruppo) diviene ambiguo, non definito e potenzialmente molteplice; è necessario trovare nuovi punti di riferimento, valori, un nuovo ruolo all’interno dell’esperienza in corso. Emergono emozioni e sensazioni sconosciute, tratti propri in precedenza negati o poco perlustrati; in questa fase liminale tutto viene rimesso in gioco, tutto è da costruire, al fine di giungere a una nuova aggregazione. Sperimentando, durante la fase liminale, un nuovo ruolo, modalità relazionali e comunicative sconosciute, potenzialità mai sfruttate si ha l’opportunità di maturare una nuova definizione di sé, maggiormente apprezzata e all’altezza di affrontare le sfide poste dall’esistenza quotidiana. La terza fase comporta l’approdo a una nuova situazione definita.

Credo che, come società, ci spaventi molto la fase liminale, attesa evolutiva negata e rimossa; come ogni rimosso però questa condizione necessaria trova la propria strada (più distruttiva e meno integrata) di emergere: basti pensare alle forme di precariato e incertezza che attualmente riguardano i giovani. Non si tratta più di una fase di rielaborazione ed evoluzione inserita in un processo, collettivo e individuale, che prevede un prima e un poi, ma una condizione che rischia di non essere temporanea e processuale ma strutturale. Senza prospettiva rendiamo l’indefinitezza dominante; senza riti di passaggio diviene impossibile il processo identitario.

Il recupero, almeno a livello familiare e di gruppo di appartenenza, di riti e cerimonie che prevedano un passaggio evolutivo riconosciuto è un fattore fondamentale per sostenere la crescita dei nuovi membri che entrano a fare parte delle nostre relazioni.

Enrico Panigada

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