L’Amicizia al Maschile, ovvero l’Approdo al Sé – Parte III

L’avvio del viaggio per Gilgamesh è tremendo: fuori da Uruk, vi sono ora solo fame, freddo e solitudine. Non è più la sete di conoscenza e sicurezza a muovere il sovrano, bensì l’inquietudine e il timore. Gilgamesh rimasto solo e ‘incompleto’ inizia un pellegrinaggio che si interroga sulla tematica della morte. Nessuno può oltrepassare i limiti della vita, e si sa dall’etimologia che limite è in corrispondenza biunivoca con necessità. La necessità (ananke) non è una divinità vera e propria, quanto piuttosto il riconoscimento di una forza cosmica superiore alle cose, superiore allo stesso destino di uomini e dei (fato = Namtar in Mesopotamia, la Moira in Grecia, poi personificata in tre entità: Atropo che fila, Cloto che avvolge e Lachesi che recide il filo della vita umana).

Tuttavia Gilgamesh non accetta questa situazione; vuole riuscire ad andare oltre. La mancanza e il dolore dovuti alla scomparsa dell’amico e del suo completamento fanno si che l’eroe ricerchi il superamento dei confini umani, ritenendosi entità quasi divina (elemento giustificato dalle sue origini).

Per poter lenire la sofferenza dovuta al fatto che è di nuovo ‘monco’ l’eroe desidera divenire eterno, come se, solo sconfiggendo ciò che determina la sua umanità in maniera imprescindibile, potesse dare un senso di rivalsa al suo non essere stato in grado di preservare la vita di Enkidu, e al tempo stesso la sopravvivenza di una nuova parte di sé. Vi è ancora, nel sovrano di Uruk, una fatica a interiorizzare ciò che prima gli era sconosciuto, considerandolo perso con la perdita dell’amico: questo sarà il processo fondamentale per raggiungere l’obiettivo dell’eternità. Non ha salvato Enkidu e quindi vuole salvare tutta l’umanità, per sempre. In questo percorso incontra l’antenato Utnapishtim, letteralmente “colui che vide la vita” perché dopo essere sopravvissuto al diluvio viene reso immortale dagli dei [(Enlil) ci benedisse: “Prima Utnapishtim era uomo, ora Utnapishtim e sua moglie siano simili a noi dei.” (tav XI, vv. 191-196)].

In questo incontro l’antenato immortale gli svela l’assenza di un segreto di lunga vita, facendogli però dono della conoscenza di una pianta simile al biancospino, situata in fondo al mare, che restituisce vigore al fisico e giovinezza; il sovrano si getta nelle profondità degli abissi recuperando la pianta per portarla nella sua città. Gilgamesh, tornando a Uruk, si fa soffiare la pianta da un serpente (che la mangia e torna giovane), terminando il suo viaggio con il pianto e l’accettazione del destino mortale suo e dell’umanità intera.

Le svariate sfaccettature assunte dal dinamismo di Gilgamesh sono evidenziate anche dalle differenti scansioni del tempo. Prima smisurato e mitico (vedi la rapidità con cui Gilgamesh ed Enkidu procedono verso la Foresta dei Cedri), poi umanizzato e reso con enorme precisione (vedi le “doppie ore” che scandiscono il faticoso cammino attraverso l’oscurità per giungere alla luce di Shamash, tav IX). Nella prima parte del poema Gilgamesh vive quindi in una dimensione irreale e centrata sulla propria individualità sul soddisfacimento dei suoi desideri.  Per contrasto, la seconda parte del poema ci presenta un Gilgamesh in una dimensione reale e soprattutto sociale. Rivelatore è il discorso di Gilgamesh al battelliere Urshanabi durante il viaggio di ritorno a Uruk, dopo l’incontro con l’antenato e il ritrovamento della pianta della giovinezza. Un discorso fatto di inedite buone intenzioni verso i sudditi:

«Urshanabi, questa è la pianta dell’irrequietezza;
grazie ad essa l’uomo ottiene la vita.
Voglio portarla ad Uruk e voglio darla da mangiare
agli anziani e sperimentare la pianta.
Il suo nome sarà “l’uomo anziano ringiovanirà”» (tav. XI)

Il viaggio dell’eroe culmina con la conquista (o la consapevolezza) della dignità del sovrano. Il re sumerico non deve mai prescindere dai propri doveri, da cui dipende l’esistenza stessa della comunità. Il percorso individuativo ha portato all’incontro con il diverso, con la propria Ombra, alla sua integrazione che produce un potenziale così notevole da spaventare gli dei. La dis-integrazione di questa unione provoca scoramento e inquietudine, propedeutica al ritorno al ruolo assunto all’inizio del poema in una modalità che appare più “giusta e consapevole”, meno centrata su un egocentrismo fine a se stesso e prevaricante: l’eroe mitico appare divenuto un eroe culturale.

Esiste poi un’ultima tavola (la XII), apparentemente scollegata dal resto della vicenda, in cui si narra di un nuovo incontro tra Gilgamesh ed Enkidu, in cui il primo vorrebbe riportare in vita l’amico … e forse è l’incontro anche con l’amico Enkidu rimasto dentro di sé, come a sottolineare che, una volta interiorizzate e metabolizzate, alcune relazioni e caratteristiche non possiamo più perderle, anzi si rinnovano continuamente …

Buona Ricerca

Enrico Panigada

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2 pensieri su “L’Amicizia al Maschile, ovvero l’Approdo al Sé – Parte III

  1. Questo e’ il blog giusto per tutti coloro che vogliono capire qualcosa su questo argomento. Trovo quasi difficile discutere con te (cosa che per in realta’ vorrei… haha). Avete sicuramente dato nuova vita a un tema di cui si e’ parlato per anni. Grandi cose, semplicemente fantastico!

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