L’Amicizia al Maschile, ovvero il Distacco come Avvio della Ricerca – Parte II

Dove eravamo rimasti ….

Alla condanna degli dei, timorosi del livello, quasi divino, raggiunto dalla relazione fra Enkidu e Gilgamesh. E come presentano il loro messaggio gli dei? Anche in questa opera, come nell’Odissea, nell’Eneide e nella Bibbia, i sogni hanno un carattere prospettico e rivelatore, mostrando a Enkidu il Consiglio degli dei che decreta la sua fine. I sogni, dunque, come elemento che va oltre il livello puramente personale e ‘casuale’, ma assume carattere divino, indiscutibile e assoluto: il sogno interroga e determina, propone chiavi di lettura alternative e indica strade, a volte, risolutive.

Gilgamesh è assetato d’azione e di avventure ma a metà del poema, insieme al fido compagno, perde la sua spavalderia. Uruk non è più un ovile accogliente (appellativo frequente della città sumerica nelle tavole incise dal suo Re) perché non ha saputo proteggere l’amico Enkidu dal “destino dell’umanità”. L’eroe deve abbandonare la città di cui è sovrano perseguitato da profonde inquietudini: a Uruk tutto era agio e sicurezza; l’incontro con Enkidu provoca un moto energetico che spinge alla conoscenza e alla scoperta: Uruk non basta più.

Qualcuno rimane a Uruk tutta la vita, per paura o per ‘sazietà’, non ci è dato di saperlo fino in fondo; chi incontra la propria parte selvatica e vitale difficilmente resta a Uruk per sempre. Magari ci torna, ma da Uruk, presto o tardi, deve partire.

La partenza di Gilgamesh, come tutti i distacchi, va vista come una separazione dell’individuo dalla sua matrice sociale (alcuni autori parlano della “morte sociale del vagabondo solitario”); il re vive una scissione di una componente individuale da una sociale, la quale definiva in maniera sostanziale l’identità del soggetto. Lo stesso processo avviene per l’individuo che inizia un percorso analitico: la situazione in cui si trova (o la modalità in cui la si vive) non va, non fornisce sufficiente benessere, ma ciò non sempre basta a lasciarla, e comunque, anche se si riesce a provare a farlo, ciò difficilmente avviene senza timori e smarrimento. Non sempre bisogna cambiare la situazione in cui ci si trova (questo, a volte, potrebbe essere sia inutile che sbagliato); sempre, invece, è fondamentale cambiare l’atteggiamento interiore con cui si affronta la situazione presente e/o quella che verrà. L’intensità della fatica relativa al distacco e alla partenza sono influenzati dalla forza dei legami che vengono interrotti, e nella capacità di interiorizzarli da parte di chi va e di chi resta; al tempo stesso si potrebbe dire che i legami sono ‘vincoli’ che abbiamo non con persone e/o responsabilità, bensì con inclinazioni e caratteristiche interne che definiscono e bloccano. Gilgamesh compiange innanzi tutto sé stesso, la perdita dell’immagine di sé potente e dominatore e la possibile immagine di sé come solo, senza dimora e vagabondo insicuro; ma tutto ciò non basta a placare il desiderio (o forse meglio sarebbe dire il bisogno) di mettersi in ricerca, pur lamentandosi con il suo dio che gli ha acceso dentro quella irrequietezza che lo spinge a partire. Gilgamesh deve riuscire a superare anche il dolore legato alle lacrime dei sudditi e della madre; hanno paura di perderlo, di non vederlo tornare più, o almeno di non vedere tornare il re, forte e potente, che conoscono.

Le resistenze e le fatiche che emergono in un sistema nel momento in cui uno degli attori si mette in discussione e prova a cambiare qualcosa sono variabili fondamentali che influiscono in maniera massiccia su ciascun cammino individuale; questo aspetto non va ignorato, né si può pensare di eliminarlo. Al contrario va considerato, valorizzato e per quanto possibile reso alleato della trasformazione in atto.

Le lacrime di Gilgamesh e della madre spingono il dio a fornirgli soldati armati, il favore dei venti e mappe; in parte questo è anche il compito di ciascuno di noi all’interno di una relazione amicale e/o sentimentale: dobbiamo riuscire a distinguere il momento in cui essere guida, il momento in cui lasciarci guidare e quando divenire ciascuno guida di se stesso. La sofferenza per la partenza è la prima componente trasformativa, vista come un riuscire a mettere in discussione legami, rapporti, pseudo sicurezze, oggetti che definiscono e costringono. La perdita dell’integrazione con l’ambiente a causa della partenza va elaborata durante lo sviluppo del cammino, anche grazie al potere insito nella mobilità e al suo costante mutamento di percezioni, di riferimenti e di posizioni.

Il Viaggio dell’Incontro e della Ricerca di Sé di Gilgamesh sta per partire … siamo pronti ad andare con lui ?

Enrico Panigada

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6 pensieri su “L’Amicizia al Maschile, ovvero il Distacco come Avvio della Ricerca – Parte II

  1. Grazie per il vostro articolo, mi sembra molto utile, provero’ senzaltro a sperimentare quanto avete indicato c’e’ solo una cosa di cui vorrei parlare piu’ approfonditamente, ho scritto una mail al vostro indirizzo al riguardo.

  2. Non mi capita mai di fare commenti sui blog che leggo, ma in questo caso faccio un’eccezione, perche’ il blog merita davvero e voglio scriverlo a chiare lettere.

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