Il Viaggio, ovvero l’oscillazione fra il Dentro e il Fuori

piede

 

Secondo lo storico Eric J. Leed il semplice spostamento nello spazio denominato viaggio è divenuto nel tempo una fonte di significati così ampia, e così ricorrente in ogni tempo e luogo, da essere praticamente universale; questo poiché il movimento è un’esperienza semplice di mutamento continuo, familiare a tutti gli esseri umani, dal momento in cui acquisiscono la facoltà di spostarsi. L’essenza della metafora del viaggio come processo dal molteplice valore sta nell’utilizzo di ciò che è familiare per cogliere ciò che sfugge o che non si conosce; una sorta di ponte fra il conosciuto e l’ignoto, che va nella direzione di un tentativo di ‘appropriarsi’ di quest’ultimo

Infatti dall’eroe mitologico al pellegrino del medioevo, dal viaggiatore al singolo individuo che si pone in un processo di ricerca interiore, il peregrinare è delineato da un domandare, un apprendere, uno scoprire, intensificando l’attitudine a vedere, a confrontare, a percepire da una parte le somiglianze e dall’altra le problematiche, le differenze, al fine di portare a termine nel migliore dei modi il proprio viaggio.

Nel viaggio, come in qualsiasi processo di ricerca, la conclusione (o arrivo che dir si voglia), non sempre è un vero e proprio compimento; infatti presenta spesso pericoli probanti quanto quelli incontrati lungo il tragitto; se questo richiede la capacità di staccarsi dai propri parametri culturali per confrontarsi con nuove dimensioni e nuovi incontri, la fine del viaggio richiede la pace e la tranquillità prodotte dalle nuove conoscenze e della nuova identità delineata. Ciò avviene se l’esistenza diviene dinamica e stimolante a prescindere dallo spostamento in terre nuove e lontane.

Illuminanti, rispetto a questi temi, appaiono le parole di Albert Camus: “Ciò che dà valore al viaggio è la paura. È il fatto che, in un certo momento, siamo tanto lontani dal nostro paese […] che siamo colti da una paura vaga, e dal desiderio istintivo di tornare indietro, sotto la protezione delle vecchie abitudini. Questo è il più ovvio beneficio del viaggio. In quel momento siamo ansiosi, ma anche porosi, e anche un tocco lievissimo ci fa fremere fin nelle profondità dell’essere. […] Ecco perché non dovremmo dire che viaggiamo per piacere. Non c’è piacere nel viaggiare e io lo vedo come un’occasione per affrontare una prova spirituale. […] Il piacere ci allontana da noi stessi. […] Il viaggio, che è come una scienza più grande e grave ci riporta a noi stessi.”

Come, nel leggere queste parole, non pensare anche all’esperienza analitica, al timore dello scoprire parti di sé ignote (l’Ombra junghiana) e la tentazione, nei momenti più ostici, di percorrere vecchie strade che, anche se producono insoddisfazione e sofferenza, almeno sono conosciute; ma allo stesso tempo si percepisce lo stimolo della ricerca e della scoperta, che fa risuonare le corde più intime del nostro essere.

Nel viaggio fisico e psicologico le sicurezze materiali e culturali vengono meno, permettendo all’individuo di spogliarsi anche dei filtri consolidati con cui guarda il mondo e se stesso; in questo senso la mobilità permette alcune modificazioni che la staticità veicola in maniera molto più complicata. La partenza porta come vincolo indissolubile, almeno parziale, la recisione con il luogo d’appartenenza (inizialmente solo a livello fisico, successivamente anche a quello psicologico – emotivo); sono proprio il dolore della separazione e l’incontro con l’ignoto a far si che si sviluppi lo spirito d’osservazione, la capacità di cogliere somiglianze e differenze, a delineare in maniera più strutturale i propri gusti e desideri. L’esperienza ripetuta dell’incontro col diverso permette l’acquisizione di una maggiore flessibilità anche nell’aver a che fare con le diverse sfaccettature che compongono l’individualità di ognuno.

Buon cammino

Enrico Panigada

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