“Scarpette Rosse”, ovvero il Coraggio della Propria Strada

“C’era una volta una povera orfana che non aveva scarpe…”

scarpette rosse

Comincia così “Scarpette Rosse”, una fiaba di derivazione popolare ripresa e articolata da Hans Christian Andersen, che affronta alcuni temi di particolare interesse: il rapporto con la propria energia vitale, la capacità di dare corpo e anima ai propri desideri, la difesa dei propri ‘tesori’, la gestione dei propri istinti, il contatto con la realtà… sicuramente “Scarpette Rosse” è una delle fiabe popolari che offre maggiori spunti nell’ambito della tossicodipendenza. Andersen infatti ci accompagna nel percorso che una bambina, sola e povera, si trova ad affrontare per riuscire a scoprire, fuori e dentro di sé, le proprie ricchezze e pulsioni, con il rischio di incappare in un atteggiamento polarizzato o di negazione o di totale possessione da parte delle stesse.

La bambina, all’inizio della fiaba, riesca a costruirsi della scarpe rosse fatte di stracci; questo la rende felice e orgogliosa (‘ricca’ dice la fiaba): sentiva che stava trovando una sua strada. Le scarpe rappresentano un enorme passo verso l’integrazione della sua natura femminile: i piedi, infatti, rappresentano il contatto con la Terra ma anche la possibilità di muoversi, la libertà unità al contatto con la realtà e con la dimensione profonda. Le scarpe, a livello simbolico, permettono di ‘essere nel mondo’, di avere qualcosa che media tra la dimensione interna e quella collettiva, avere una propria dimensione e convinzione, e avere mezzi per agire di conseguenza. Per creare occorre sacrificare la superficialità, qualche sicurezza e spesso il desiderio di piacere e far affiorare le intuizioni più intense, le visioni più grandiose.

Ma a questo punto della storia passa una carrozza dorata …

A volte si presentano miraggi che sembrano rendere tutto più accattivante, facile e bello, ma che hanno un costo eccessivo. I vestiti e le scarpe della bambina vengono bruciati. Emerge una forza, da un lato accattivante, che rischia di svuotare la vitalità creativa. Si entra in una dimensione di omologazione e di pseudo appartenenza che può inizialmente rincuorare ma in realtà raggela. Lo sviluppo si ferma, l’anima è in gabbia, dipendente da una situazione che apparentemente sembrava evolutiva.

Successivamente la bambina, dopo aver ricevuto in premio un paio di scarpe nere, avulse e aliene, riesce a riconquistare una paio di scarpette rosse; ma ciò avviene in una dimensione di segretezza, di scissione, all’oscuro della vecchia signora che l’aveva accolta nella carrozza dorata. Non c’è spazio di accettazione e valorizzazione per ciò che è individuativo, ciò è negato e vissuto nell’ombra, ma produrrà una ribellione, ribollirà e produrrà gesti inconsulti e autodistruttivi.

 

La bambina si reca in chiesa con le sue scarpette rosse e viene giudicata molto male dal collettivo; lei risulta molto combattuta e ambivalente, decidendo di urlare simbolicamente e affermare ciò che aveva tenuto nascosto (mettere le scarpette rosse in un contesto dove era altamente proibito farlo). Non c’è accettazione dei propri impulsi, ma neanche gestione e controllo. Inizia la ribellione, ma solo sotto forma di possessione, non di affermazione.

E la possessione prende forma in un ballo, all’inizio estatico e gioioso, ma coll’andare del tempo terrificante e ingestibile. Eterno. La bambina, dopo aver rinunciato alla propria vitalità, ne viene ora posseduta, si trova a ballare in ogni dove, esausta e inconsolabile, senza possibilità di mettere fine a questa danza infernale. La sostanza, dopo aver prodotto un’illusione di piacere e libertà, ora domina e porta dove vuole. E ciò è lo stesso con alcune relazioni violente, con il gioco d’azzardo, con ogni forma di dipendenza patologica che possiamo incontrare sul nostro cammino.

A questo punto alla bambina per salvarsi non resta che una scelta drastica : le scarpette rosse devono essere tagliate, e insieme a loro anche i piedi; il costo è enorme, ma per riacquisire un minimo controllo della propria esistenza bisogna essere disponibili a sacrificare una parte importante di sé. O almeno a trasformarla.

Le ferite vanno curate, per tanto tempo, ma esiste la possibilità di trovare un punto di equilibrio che permetta di riprendere il cammino. Ciò va fatto dando con coraggio ma anche con prudenza. E’ importante non camminare  da soli (”La felicità è reale solo quando è condivisa” scrive il protagonista di “Into the wild”, prima di morire, solo, in mezzo alla neve e a poco altro), le persone che sostengono il nostro progetto sono risorse fondamentali. E’ molto rischioso avere invece intorno persone che hanno le nostre stesse ferite ma non la volontà e l’intimo desiderio di guarirle.

Ma il pericolo più grande è perdere per strada l’ancestrale capacità di costruirsi un paio di scarpette fatte di stracci che, seppure “rozze” (come scritto nella fiaba), ci fanno sentire orgogliosi e ricchi.

Dott. Enrico Panigada

Annunci

Un pensiero su ““Scarpette Rosse”, ovvero il Coraggio della Propria Strada

  1. La ringrazio per questa profonda lettura della favola “scarpette rosse” Letta e riletta da me all’età di 8/10 anni,da subito entrata nella mia vita come mi appartenesse. Arrivata alla fine della storia,le mie nuove scarpette rosse sono in fase di costruzione,gli artigiani al lavoro sono diversi professionisti e non,una volta pronte chissà come sarà indissarle

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...